Il combattimento tra gli uomini ha uno schema preciso

Il combattimento tra gli uomini ha uno schema preciso, e una rissa o un’aggressione da strada, non sono mai un evento veramente casuale.

La violenza si manifesta quasi sempre secondo un rituale che si ripete tale e quale da quando esiste l’uomo.

Conoscere questo rituale è un aiuto indispensabile, per riconoscere in tempo il pericolo ed agire prima che sia troppo tardi.

I documentari  sugli animali ci hanno fatto vedere di tutto sui rituali di lotta delle tigri, dei leoni, dei lupi, dei rinoceronti, e ogni sorta di mammifero, rettile, insetto o pennuto sulla faccia del pianeta.

Eppure incredibilmente si spendono ore a studiare gli animali mentre su quello che sono gli schemi fatti dall’uomo in casi analoghi, quando cioè il conflitto tra simili sfocia nello scontro fisico c’è molto poco a parte delle notizie frammentarie e in gran parte inesatte che ci riportano i mezzi di informazione.

Oggi grazie alla diffusione dei telefonini e delle telecamere di sorveglianza c’è molto più materiale da studiare anche se spesso cruento e che fa vedere una violenza spesso incredibile per motivi banali, o per rapine da pochi euro, o semplice sadismo.

E’ evidente per tutti l’importanza di saperne di più, perchè può fare la differenza tra uscirne sani e salvi o evitare di rimanere intrappolati in una situazione del genere.

Se per esempio stai discutendo animatamente con un tizio per una questione di parcheggio sarebbe importante sapere che ti trovi a cinque secondi da un pugno in faccia ma tanti invece non lo sanno e vanno avanti iperterriti verso uno scontro.

L’impreparazione delle persone a questo riguardo è totale e si vede perchè si cacciano in dei guai incredibili per questioni banali e che potevano essere evitate.

E’ inutile dire che c’è una scarsa presenza di poliziotti, di avere leggi più severe, di chiedere più sicurezza, quando i comuni cittadini sembrano completamente sprovveduti di fronte al pericolo, al punto di cacciarsi nei guai per pura e semplice credulità, presunzione.

Conoscere i comportamenti a rischio, sia i tuoi che del tuo eventuale aggressore, rappresenta il primo passo concreto verso una prevenzione efficace: conoscere per evitare.

Anche se gli episodi di violenza ci appaiono talvolta privi di logica, in realtà non è così.

La violenza si ripete tale e quale in questo modo da millenni, secondo un copione noto ed arcinoto di cui ci rifiutiamo spesso di prendere atto, adagiandoci nella presunzione di vivere in una “società civile” con un ordine costituito che vigila sui nostri sonni.

Non sono molti gli studi sul campo relativi ai rituali aggressivi dell’uomo, ma qualcosa è stato fatto e se credo che le persone dovrebbero essere educate a riguardo.

In particolare qui di seguito trovi alcuni spunti importanti del lavoro fatto da Geoff Thompson e Keith Kernspecht  ognuno per conto proprio e con la propria metodologia i quali hanno analizzato proprio i bassifondi delle loro città allo scopo di raccontare che cosa succede prima e durante un’aggressione.

Scrive KernSpecht: “Ho effettuato delle ricerche sul comportamento violento degli animali e degli uomini. Mentre gli altri andavano nei bar ad ubriacarsi o andare dietro alle donne, io, già da liceale ed allievo poliziotto, mi sedevo con un bicchiere di succo d’arancia e un blocco per appunti in locali nei quali avvenivano spesso risse, per poter osservare il comportamento maschile di “difesa del territorio”. […] Nel corso dei miei studi, mi sono imbattuto spesso in rituali che risalgono a migliaia di anni fa e che qualsiasi combattente da strada conosce inconsciamente. Questi rituali atavici determinano il decorso immutabile della maggior parte gli scontri fisici. Conoscerli significa conoscere se stessi gli altri”.

Il lavoro di KernSpecht descrive soprattutto quel tipo di aggressione che deriva dall’incontro di certi macho da birreria che, sembra di capire, in Germania sono piuttosto frequenti.

Secondo KernSpecht un’aggressione di questo tipo (tipica situazione da bar) si svolge secondo quattro tipiche fasi rituali:

1 – La fase visuale.
Per esempio ti trovi in un bar e il tuo sguardo si fissa su un tipo seduto al tavolo di fronte. L’occhiata dura qualche decimo di secondo di troppo e, di conseguenza, quello si alza e ti rivolge la solita domanda “Che hai da guardarmi? Ci conosciamo? Sei forse finocchio?…“. e ti ritrovi automaticamente nel secondo livello dell’escalation, perché sei sorpreso e non ti vengono in mente parole adeguate.

2 – La fase verbale (l’intervista).
Se adesso non escogiti subito qualcosa per placare la situazione (“Scusa, ti ho scambiato per un altro…“) il copione potrebbe proseguire così: “ma io… mica ti stavo guardando…” ti accorgi di aver paura, la voce diventa sottile e balbettante. Intanto l’altro si avvicina minaccioso “Str…o! Mi prendi per il culo? Che c…o avevi da guardarmi?…” Avvicinandosi diventa ad ogni parola più furioso: le vene si gonfiano, il mento si abbassa, le pupille si dilatano e si muovono a destra e a sinistra freneticamente.

3 – La fase delle spinte e delle prese.
“Vuoi in po’ di botte? Ma io ti rompo il cu..o!!…”
Senti l’odore del suo alito, ormai vicinissimo, sei come paralizzato davanti a questo immotivato scoppio di violenza. L’individuo di fronte è paonazzo, gonfio di adrenalina, quasi non sentite più i suoi insulti perché ha cominciato a spintonarvi, provi a dire qualcosa ed indietreggi mentre quello continua a spingerti, ancora una spinta che ti fa sbattere contro la parete. Non puoi più tornare indietro, lo scontro fisico è inevitabile.

4 – Atto finale.
Arriva il primo schiaffo, poi un altro. Non ha il coraggio di alzare le braccia per paura di peggiorare le cose ma subito arriva una testata in faccia, poi una ginocchiata, un pugno. Crolli a terra, mentre l’altro infierisce a calci, prima di andarsene. Tutta la scena è durata meno di venti secondi.

Si può obiettare che questa descrizione sembra riferirsi ad un’unica tipologia di aggressore, quella del balordo che cerca la violenza per il solo gusto di farlo.

Ovviamente questo non è l’unico tipo di aggressore possibile e forse nemmeno il più probabile.

Le aggressioni avvengono, oltre che per la pura ricerca della violenza, per rapina, per rancore, per motivazioni politiche, per stupro, e altro ancora.

In realtà ci sono molti tipi di aggressore e ognuno usa un rituale diverso prima di colpire, questo perchè il suo scopo è diverso, violenza sessuale, rapina, aggressione, sadismo.

Il rapinatore da strada, lo scippatore, adottano un rituale “coperto” che prevede nelle prime fasi la scelta del luogo propizio, l’individuazione delle persone più vulnerabili e appetibili e solo dopo passa alle fasi successive, che possono prevedere tanto un'”intervista” verbale (con lo scopo di distrarre la vittima o intimidirla), tanto un attacco improvviso senza alcun preliminare.

Considera poi che non agiscono da soli e se sono soli sono sicuramente armati di un’arma per usarla come minaccia.

Questi malviventi non operano in modo plateale come il balordo descritto da KernSpecht, ma agiscono in modo subdolo usando l’inganno e sfruttando la vulnerabilità, psicologica o ambientale, della vittima.

La fase verbale (intervista) di un rapinatore, di uno stupratore, può essere gentile nella forma, apparentemente casuale nei modi e nel pretesto: “Scusa, sai dirmi l’ora?…”, “Hai da accendere?…”

Ma non è così!!

Si tratta di un approccio “esplorativo“, per capire se la vittima è mentalmente impreparata a reagire (in gergo “codice bianco”), oppure per provocare un calo di attenzione da parte della vittima scelta in modo da avere le massime chance di successo.

La fase delle spinte e le minacce può verificarsi subito dopo in modo improvviso e violento: “fuori i soldi…Subito!!” “dammi il portafoglio o t’ammazzo!!…”

Questa improvvisa esplosione di violenza ha lo scopo di provocare la paralisi da adrenalina nella vittima: la sorpresa, l’improvvisa e brutale percezione del pericolo, provoca quasi sempre l’incapacità di reazione da parte di chi la subisce.

Secondo Geoff Thompson, tanto maggiore è il crimine, tanto più è elaborato l’inganno in cui l’aggressore trae la sua vittima.

Ad un estremo Thompson riporta il caso di un serial killer, John Cannan, il quale inviava alle sue vittime designate (solitamente donne) mazzi di fiori, champagne e inviti a cena, prima di stuprarle e ucciderle.

All’altro estremo, invece si collocano i balordi descritti da KernSpecht, personaggi incapaci di elaborare simili raffinatezze,  i quali manifestano la loro carica di violenza fin dal primo momento.

L’unico aspetto che accomuna tutti i tipi di aggressione è la progressiva riduzione della distanza, psicologica e fisica, da parte del malintenzionato.

Qualunque sia il metodo impiegato, una “intervista” verbale roboante e minacciosa oppure un approccio educato e pretestuoso, il malvivente vuole e cerca di arrivarti vicino senza che ve ne accorgiate troppo.

Lo scopo della cosiddetta fase verbale consiste proprio nell’occuparvi la mente a cercare risposte sensate a quanto vi viene detto in quel momento e mentre sei così occupato, è molto facile che non vi accorgiate che l’aggressore ti è arrivato vicino, molto vicino.

A questo punto difendersi diventa molto difficile, perchè un attacco improvviso non ti dà il tempo di reagire.

Sempre secondo Geoff Thompson, il rituale di attacco di un delinquente abituale segue un copione abbastanza riconoscibile, in cui compaiono gli ingredienti esemplificati nelle quattro “D”: “Dialogue – Deception – Distraction – Destruction” (Dialogare, Ingannare, Distrarre, Distruggere) i quali implicano tanto il linguaggio “della strada”, quanto il linguaggio del corpo.

Un picchiatore abituale molto spesso dirà alla sua vittima una frase del tipo “Non voglio litigare…“, quindi attaccherà in modo improvviso e feroce, mettendo il malcapitato KO in un attimo, si hai capito bene farà finta di fare pace.

Ancora una volta, l’attenzione deve essere principalmente sul mantenimento della distanza.

Se l’altro dice “Non  voglio guai…” e resta dove si trova o si allontana, probabilmente la minaccia non è così grave. Ma se quello vi dice “Non voglio litigare…” o frasi di questo tipo e viene verso di te, dovete mettervi in allarme rosso e prepararvi al peggio.

Un mio consiglio, scappa o attacca per primo immediatamente!!

Insomma, leggendo queste righe è facile che ti sei fatti l’idea che l’aggressore da strada moderno è un codardo senza onore e regole.

SI!!

In effetti è così, nel senso che quasi mai ci si imbatte in un avversario che vi sfida ad un duello con onore.

Se possibile, l’aggressore ti colpirà alle spalle o se si trova faccia a faccia con te, cercherà di colpirti con l’inganno.

I delinquenti abituali, come rapinatori, stupratori e scippatori, non fanno eccezione ed adottano anche loro un rituale di attacco largamente basato sulla dissimulazione.

Ecco un esempio tipico:

Viene scelto il luogo propizio, un ambiente isolato oppure al contrario un luogo di forte transito, come un centro commerciale o una via di negozi.

Qui viene esplorato l’ambiente alla ricerca di una vittima, ovvero una di quelle persone in “codice bianco”, oppure in stato di svantaggio fisico o ambientale.

Se il luogo lo consente, l’attacco avviene immediatamente, altrimenti il malvivente segue la sua vittima (stalking) fino a che il bersaglio non aumenti la propria vulnerabilità mentale o ambientale, per esempio entrando in un parcheggio deserto o una strada poco frequentata.

Se la vittima vene seguita da un centro commerciale al parcheggio, spesso l’aggressore aspetta che cominci a mettere la spesa nel bagagliaio dell’auto, oppure attacca quando cerca di entrarvi.

Infatti è proprio in uno di questi momenti che anche persone solitamente attente abbassano la guardia.

A questo punto, una volta acquisito il vantaggio ambientale e se l’aggressore lo ritiene necessario, può aver luogo la cosiddetta “intervista” il cui unico scopo è come sempre valutare meglio la vittima e sviarne l’attenzione prima del repentino attacco.

E’ in questa fase che una lettura del linguaggio del corpo può far presagire l’imminenza di un attacco.

Nemmeno gli aggressori più incalliti, infatti, riescono a dissimulare completamente gli effetti dell’adrenalina sul loro corpo:

  • un leggero pallore,
  • le pupille dilatate e mobili per contrastare l’effetto tunnel,
  • un leggero tremore,

Ti devono mettere sull’avviso che sta per succedere una aggressione.

In alcuni casi, se il malvivente si accorge che la sorpresa è fallita, e l’altro è sul chi va là, può anche  interrompere il suo rituale di attacco e rinunciare cercando una vittima più vulnerabile.

Terminata la fase di avvicinamento, il bandito può decidere di attaccare oppure limitarsi a minacciare la sua vittima. Spesso il rapinatore si limita a minacciare verbalmente, sottolineando la minaccia con un’arma e/o la presenza di complici.

La speranza del malvivente è quella che la paralisi da adrenalina, che quasi sempre attanaglia la vittima, sia sufficiente a concludere l’azione.

In questi casi, la minaccia viene reiterata con maggiore aggressività provocando nella vittima ulteriore shock adrenalinico.

In altri casi, invece, il rapinatore colpisce intenzionalmente, a volte senza eccessiva ferocia, al solo scopo di terrorizzare ulteriormente, a volte brutalmente, allo scopo di stordire la vittima, in modo da “alleggerirla” con comodo.

Quindi di fronte ad un comportamento così subdolo ed ingannevole diventa di fondamentale importanza l’abilità nel leggere il linguaggio del corpo dell’avversario, per indovinare i segni premonitori in un rituale di attacco.

Riassumiamo qui i più importanti:

Pupille dilatate e mobili.

Anche i delinquenti abituali sperimentano prima dell’attacco, un certo rilascio di adrenalina nel sangue.

Questo comporta nella loro percezione visiva un fenomeno noto come “effetto tunnel“, ovvero la perdita della visione periferica.

Tale effetto comporta la necessità di muovere gli occhi a destra e a sinistra per poter percepire l’eventuale arrivo sulla scena di testimoni, poliziotti, o altre “turbative”.

Altre manifestazioni adrenaliniche

Come ti ho già detto questi effetti sono difficilmente dissimulabili anche da parte di persone abituate alla violenza.

Nell’imminenza di un attacco, è probabile che si manifesti, oltre alla dilatazione delle pupille,  pallore al viso, mimica facciale inespressiva e tesa e una leggera rigidità nei movimenti, nel tentativo di nascondere il tremito da adrenalina delle mani o delle braccia.

Anche la voce può subire alterazioni, ed è probabile che subito prima di colpire, l’altro ammutolisca improvvisamente o risponda a monosillabi.

 

Nascondere le mani

Se l’aggressore porta con sé un’arma, cercherà di tenerla nascosta fino all’ultimo momento e in questo caso la mano che impugna l’arma sarà nascosta, in tasca o dietro la schiena.

Quindi, se una o entrambe le mani dell’altro non sono visibile fai attenzione.

Alcuni aggressori non  nascondono le mani, ma ruotano il palmo all’indietro in modo da nascondere un coltello, oppure, sempre allo stesso scopo,  tengono la mano armata vicino alla coscia per nascondere la lama.

Come si vede, quindi, non c’è un solo rituale.

Conoscere questi rituali anche solo a grandi linee è un elemento fondamentale se si vuole organizzare un programma di prevenzione personale che abbia un minimo di efficacia ma conoscere i rituali serve soprattutto se si è in grado di riconoscerli nelle primissime fasi, quindi a non farti cogliere di sorpresa anzi anticipare tu attaccando o scappando.

Anche se si riesce ad evitare di porsi in situazioni di svantaggio ambientale, può capitare di trovarsi invischiati in qualche situazione a rischio, rappresentata dalle fasi visuali e verbali di cui abbiamo parlato in precedenza magari perchè hai discusso un tuo amico o la tua fidanzata, ecc.

In situazioni di questo tipo, nella maggior parte dei casi è possibile tirarsi fuori da queste situazioni adottando tempestivamente tecniche di de-escalation, di gestione della distanza o accorgimenti posturali che fanno capire, nella logica di un messaggio assertivo, ad un potenziale aggressore, che “non è il caso” di procedere oltre.

Se non si riesce, ed è probabile che questo avvenga visto il pochissimo tempo a disposizione per agire, l’unica alternativa al subire un pestaggio o una rapina, potrebbe essere una reazione immediata e violenta, devi fare uscire il tuo lato più “basso”.

In questo caso, però, non puoi tornare più indietro e nulla è più certo, l’unica cosa che devi pensare è portare a casa la tua pelle.

Andrea

 

Come conservare il paradenti

Il paradenti come sai è una protezione molto importante ma che non puoi trascurare durante le tue sessioni di allenamento ma è anche un qualcosa che spesso può essere portatrice di molti batteri se non lo conservi e lo mantieni con cura.

Non è la prima volta che vedo paradenti cadere in palestra che vengono rimessi in bocca senza neanche sciaquarli (ps. non mi escludo da chi ha fatto queste cose).

Indipendentemente dalla tipologia e dalla qualità del paradenti tutti vanno puliti, conservati, disinfettati con cura se non vuoi avere in bocca irritazioni, vesciche, e mangiarti gratis batteri.

Quindi devi mantenere pulito il tuo paradenti per eliminare i batteri, lieviti e muffe che possono crearsi sul tuo paradenti e che quando entrano in contatto con la tua bocca possono causare:

  •     cavità
  •     malattia delle gengive
  •     alito cattivo
  •     infezione batterica (che può provocare sonnolenza, nausea, febbre o diarrea)
  •     lesioni orali
  •     infezioni da stadi che possono diffondersi nei polmoni o nel cuore.

La pulizia sotto l’acqua del paradenti non è sufficiente per renderlo veramente pulito, devi usare uno spazzolino con setole morbide con dentifricio e sciacquare con acqua fresca dopo ogni uso.

Lo so non lo fa nessuno ma chi ti ha detto che devi fare come gli altri?. Quindi sveglia e fai la tua strada.

Un’altra cosa importante, devi conservarlo nel box fornito dopo la pulizia (non buttato dentro la borsa della palestra). Possibilmente un box con dei fori in maniera che può traspirare (non come quello della foto sotto).
Ps. Se hai un box chiuso applica tu qualche foro non è complicato.

Ps. Se puoi porta il tuo paradenti al tuo prossimo appuntamento con il dentista per farlo passare attraverso il pulitore sonico con una soluzione appositamente progettata per pulire gli apparecchi che vanno in bocca.

Ora ma quali sono le operazioni per una CORRETTA CONSERVAZIONE PULIZIA E MANUTENZIONE del tuo PARADENTI?

Gli apparecchi (paradenti) fabbricati con materiali per termoformatura come hai capito dovrebbero essere puliti ogni volta dopo essere stati usati e mantenuti come segue:

Post-utilizzo:

 

  • Lavare bene con acqua, pulire completamente il lato interno ed esterno del paradenti con uno spazzolino e un sapone neutro o dentifricio.
  • Agitare fuori l’acqua o asciugare con un tovagliolo.
  • Non asciugare mai con phon o aria calda pericolo di deformazione.
  • Molto importante una volta pulito e asciutto riporre nell’apposita custodia o contenitore in plastico ben ventilato, a discrezione prima di riporlo, immergerlo in un colluttorio.
  • Lavarlo con acqua sempre prima di indossarlo nuovamente.

 

Agenti di sgrassatura:

  • Sapone, sapone duro, sapone liquido. Non usare saponi profumati.
  • Non adatto: il dentifricio in pasta (contiene particelle abrasive),
  • Non immergerlo in acqua che è più calda di °C 50 (deformazione).
  • Gli agenti di sgrassatura per le protesi dentarie possono essere usati ma non hanno nessun vantaggio.

 

Generazione di odori :

Se dopo un certo tempo il paradenti presenta odore, metta ulteriormente il paradenti in una soluzione di sapone non-profumata e concentrata, in seguito lavare accuratamente in acqua per rimovere la maggior parte dell’odore che e generato dai batteri.

 

Scolorimento:

I materiali per termoformatura molli hanno la tendenza a scolorire. Questa perdita di colore può essere ridotta o evitata da una manutenzione attenta ma non può essere invertito. I materiali delle otturazione in amalgama possono anche causare lo scolorimento.

 

Disinfezione:

Il paradenti può essere disinfettato con l’alcool di disinfezione ed altri liquidi commerciali, dopo essere stato ha contatto con alcool per accertarsi che l’alcool possa volatilizzarsi completamente deve essere lasciato per un periodo di 5 ore in un posto asciutto senza qualsiasi pressione. Altrimenti il legame tra gli strati non è più garantito.

 

Sterilizzazione:

Una sterilizzazione con gas e plasma (< il °C 50) è possibile. Il paradenti non è autoclavabile

 

Precauzioni:

I paradenti sono fatti in materiale plastico che ha il potenziale di storcere o deformare se esposto alle temperature elevate. Il calore rovina il paradenti, quindi non lasciarlo in macchina o esposto alla luce solare diretta per periodi di tempo lunghi. Se dovessero insorgere problemi, rivolgersi al dentista che l’ha modellato.

 

Caratteristiche chimiche:

EVA etilvinilacetato, resina termoplastica innocua per la salute a biocompatibilita certificata CE 93/42/EWG – DIN EN ISO 13485:2003

 

AVVERTENZE!!!

Di norma e necessaria una settimana circa per abituarsi a portare i dispositivi; e possibile inoltre avvertire un leggero fastidio ai denti frontali; un indolenzimento ai muscoli della mandibola, può capitare anche un involontaria rimozione del dispositivo dalla bocca

Ps. Importante,  prova più di un paradenti per trovare quello che è più comodo per te, anche se è vero che oggi si adattano, che li puoi formare sulla tua dentatura in realtà esiste sempre una marca o una versione di paradenti che è più consona per te.

Pss. Il paradenti è come lo spazzolino, puoi anche cambiarlo più volte all’anno, tranquillo, nessuno si scandalizza, non è qualcosa che ha un costo eccessivo ed è importante per proteggerti, quini non fare il taccagno.

Prenditi cura di te! Non risparmiare sul tuo paradenti.
Andrea

The smiling – La serie tv sulle arti marziali è sul social

Qualche settimana fa un appassionato di pugilato e di arti marziali mi ha girato un link di una serie web ed è stata una piacevole scoperta, il link era della serie web dal titolo “Smiling” che puoi vedere solo su Facebook.
Nel secondo episodio il maestro introduce i suoi due giovani allievi alle 5 distanze di combattimento con queste parole:
“Concentrate i vostri allenamenti su 5 discipline, come 5 sono le dita di una mano che chiuse formano il pugno e aperte la presa”.
La quinta distanza che insegna ai suoi allievi è l’arte del Brazilian jiu-jitsu:
“Se pensate che un uomo caduto sia un uomo finito scoprirete che un uomo a terra può essere più letale di chiunque altro”.
Bellissimo approccio e visione dell’arte marziale.
“Le nostre ferite sono spesso le aperture nella parte migliore e più bella di noi”. 
“Sembrerà più grande di te, finché non capirai quanto grande tu sia”.
“I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici”.

“La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni”.

“Ciò che il Taekwondo è per le gambe, la boxe lo è per le braccia! La corta distanza, dove le vostre braccia si trasformeranno in scudi e i vostri pugni in palle di cannone, dove raffica di colpi esplodono in un battito di ali e il corpo si muove sinuoso come quello di un serpente”

Ora per onore alle persone che stanno facendo questo bellissimo lavoro mi fa piacere darvi alcune informazioni sulle persone che che stanno facendo questo bel lavoro:
  • Release Date: 2017
  • Genere: adventure/action
  • Studio: Ferrafilm 
  • Informazioni: Un film dedicato alla caduta e al combattimento. Una serie dedicata alla danza, alla violenza e alla ricerca di una rinascita.
  • STAGIONE1:

Prima puntata: 2 MAGGIO 2017

Seconda puntata: 31 MAGGIO 2017

Terza puntata: 30 GIUGNO 2017

Quarta puntata: 4 AGOSTO 2017

  • Trama: In un momento ho perso tutto, e ora non posso smettere di vincere. Posso solo lottare: il mio nome è The Smiling.
  • Starring
Danilo : Danilo Fanfano
Francesco : Simone Coppo
Maestro : Hal Yamanouchi Altro…
  • Regia di Francesco Ferraiuolo
  • Scritto da Danilo Fanfano – “Stare a testa alta mi ha fatto piegare le ginocchia, incurvare la schiena, poggiare una mano a terra per poi venire schiacciato al suolo..
    Come un rullo compressore che ti passa sopra e non lascia più niente di te..se non lo sguardo. Quello stesso che ha continuato a puntare in alto, sempre.. permettendomi di rialzarmi ed arrivare dove volevo”.
  • Sceneggiatura di Danilo Fanfano e Francesco Ferraiuolo
  • Prodotto da Ferrafilm
Potete seguire la serie anche su YouTube

Ve la consiglio! Tutto ciò che vedrete è realmente accaduto, la maggior parte delle persone coinvolte nella serie non sono attori, ma le stesse che hanno vissuto in prima persone le vicende raccontate.

“Chi desidera vedere l’arcobaleno, deve imparare ad amare la pioggia”.

“La vera forza consiste nel crederci sempre e non arrendersi mai”.

 Andrea

Nella difesa personale la tecnica può essere inutile senza un training psicologico

Nella difesa personale la tecnica può essere inutile senza un training psicologico perchè lo stato emotivo di una aggressione o una minaccia che arriva in un momento qualunque della tua giornata può nonostante la tua preparazione portare a bloccarti o a non mettere il giusto livello di aggressività o sottovalutazione del pericolo.

Oggi se cerchi nel web, nelle bacheche e negli annunci su internet è pieno di corsi di difesa personale che ti promettono in poco tempo di apprendere tecniche di difesa in caso di aggressione.

Tu hai mai imparato qualcosa di estremamente complesso e con variabili praticamente infinite in poco tempo?.

Ecco, ti stanno promettendo quello! E sai la cosa peggiore? Senza conoscerti.

Se vuoi crederci sei libero/a di farlo, ma sai perchè fanno quello?. perchè fortunatamente le possibilità che tu venga aggredito/a sono molto basse e magari anche se avrai questa sfortuna sarà passato tanto tempo, non ti sei più allenato/a e quindi ti sei dimenticato/a quello che avevi imparato non pensando che forse non è colpa tua, ma di quel metodo formativo assurdo e inutile basato su un mix ti tecniche prese qua e là, decontestualizzate e senza un “contatto” diretto con la realtà.

L’apprendimento di tecniche di autodifesa è sostanzialmente inutile se non è sostenuto da un adeguato training psicologico.

Non è sufficiente allenarsi in un corso di difesa personale per essere in grado di affrontare un aggressore per strada.

L’esperimento marziale della Rocky Mountain Combat Application Training (RMCAT), con sede in Colorado nonostante la limitazione del test è stato uno dei primi approcci scientifici a sostegno di questa tesi.

Ora voglio fare assolutamente una premessa, non significa che questo esperimento fornisce una verità assoluta, non è così ma offre comunque degli spunti di riflessione utili che sono importanti in un conflitto contro un aggressore e anche se presenta molte criticità è comunque un lavoro che consiglio di praticare anche nelle palestre con le dovute protezioni per capire esattamente che cosa significa e non scrivere stupidi commenti senza aver provato test di questo tipo.

Ora per tornare sull’ esperimento, la dinamica del test consisteva nel ricreare alcune situazioni in cui alcuni volontari esperti di diverse arti marziali vengono messi a turno davanti ad un “picchiatore da strada”.

Quest’ultimo portava una maschera per non essere riconosciuto e il suo compito era quello di procedere con insulti e minacce e i marzialisti non potevano peró fare nulla fino a quando il balordo non avesse tentato di attaccarli.

Ora già da questo potete capire che si parte da una condizione di svantaggio perchè non puoi anticipare l’aggressore, ma .. non è proprio così come lo raccontano perchè sei tu che devi fare “il tuo lavoro”.

I risultati del test sono stati sconcertanti: la maggior parte dei volontari non ha saputo gestire la tensione psicologica causata dalla rabbia, prima verbale e poi fisica, del soggetto in maschera.

Quasi tutti sono stati sopraffatti dal picchiatore da strada, non riuscendo per nulla a mettere in pratica i principi e le tecniche della loro arte marziale.

Come se non bastasse, i volontari non erano pivelli alle prime armi: si trattava di cinture nere, istruttori e maestri.

La conclusione della Rocky Mountain Combat Application Training (RMCAT): le arti marziali non sono efficaci nella difesa personale. Ora considerate che dietro questo test c’è anche molto marketing ma anche molti punti di spunto e riflessione.

La conclusione è esagerta nel senso che non è l’arte marziale in se ma la non abitudine a operare in un determinato contesto e su dinamiche differenti e quindi tu se pratichi arti marziali dovresti testare una situazione “critica”. Il “picchiatore mascherato dell’esperimento”, oltre appunto alla maschera, era bardato di protezioni su tutto il corpo perché i marzialisti dovevano essere lasciati liberi di essere più efficaci possibili senza limitarsi.

Dunque i ragazzi del test sapevano a cosa andavano incontro ma avevano tutti anche un grosso limite, non sapevano quando sarebbero stati attaccati durante il diverbio verbale e non potevano attaccare fino a quando l’aggressore partiva.

Questo svantaggio non è poco, ma se non adotti una corretta posizione difensiva diventa difficile riuscire a resistere a un assalto furioso e aggressivo perchè lo stai subendo visto che non puoi partire per primo.

Altre critiche sull’esperimento come il peso dell’aggressore, le sue capacità, ecc. non hanno senso perchè sono delle variabili che devi tenere in conto per la strada, è uno sconosciuto che può essere un cretino come un esperto, ma comunque l’esperimento consisteva anche in questo e se si tratta di un esperimento di difesa personale seppur con delle limitazioni le regole stanno a zero.

Ps. Nella mia formazione e nel mio metodo ci sono dei protocolli di qualificazione periodici dove si fanno simulazioni molto provanti come su scariche di pugni e calci perchè servono sia per te che lo subisci per non spaventarti e sapere come reagire che quando fai l’aggressore per portare un attacco senza pietà (attenzione caschetto e protezioni complete).

  • Test1 – Discussione verbale contro uno ma devi aspettare che attacca
  • Test2 – Discussione verbale contro uno ma puoi partire quando vuoi
  • Test3 – Discussione verbale contro due ma devi aspettare che attacca
  • Test4 – Discussione verbale contro due ma puoi partire quando vuoi
  • Test5 – 30Kg di differenza
  • Test6 – 3 contro 1
  • Test7 – Bastone contro mano nuda
  • Test8 – Knife o bottiglia contro mano nuda
  • Test9 – Minaccia da arma da fuoco
  • Test10 – Contesto variabile (luogo, luce, clima, abbigliamento, ecc)

ps. Questi sono solo alcuni aspetti di test che sono necessari per iniziare a comprendere alcuni meccanismi. All’inizio sbaglierai ma ogni errore è una lezione importante è in un ambiente controllato puoi sbagliare e imparare da questi errori.

Da questo esperimento si deducano alcune cose:

  1. Chi parte per primo ha un grosso vantaggio.
  2. La variabile psicologica dove le arti marziali non sono pronte a gestire gli insulti e le minacce vere e aggressive di un “uomo della strada” che li distrae dal vero pericolo.
  3. Che anche se le arti marziali le sapacciano come semplici non è facile usare colpi “scorretti” ai genitali, agli occhi e alla gola, per essere efficaci richiedono una precisione importante.

Non basta girare armati, apprendere un’arte marziale, aver frequentato un corso di autodifesa per poter dire “mi so difendere“.

Chi dice così, semplicemente, non si è mai trovato veramente nei guai e sta coltivando pericolose e false sicurezze.

Non basta allenarsi duramente, magari per anni, a tirare pugni e calci ad una sacco, o fare sparring con i compagni in palestra.

Non basta nemmeno munirsi di armi varie (legali o meno) per essere in grado di difendersi.

Perché quando si affronta la realtà, magari rappresentata da un vero picchiatore da strada o da un bandito armato, lo scenario per il quale credevamo di essere preparati, cambia totalmente.

Il problema non sono le tue capacità tecniche ma le tue capacità psicologiche!.

E così leggiamo i casi di istruttori di arti marziali, o comunque di praticanti avanzati, come cinture nere o simili, i quali nel momento della verità, magari nel sottopassaggio della stazione, hanno sperimentato un’umiliante incapacità di reagire efficacemente e subendo l’aggressione.

Ripeto! Il problema non era la loro conoscenza tecnica ma la loro preparazione psicologica.

Negli storici di aggressioni le performance di alcuni portatori di armi sono risultate inutili:

  • Qualcuno è riuscito a spararsi su un piede nel convulso tentativo di tirare fuori l’arma.
  • Certi portatori di coltello, o di spray accecante, nemmeno sono riusciti a estrarre dalla tasca il marchingegno, disorientati e shockati com’erano.
  • Alcuni sotto l’effetto del panico, si sono addirittura dimenticati di averlo appresso, salvo ricordarsene a cose finite…

Cos’è successo quindi?, perché persone tecnicamente preparate a difendersi (almeno sulla carta) hanno dato una prova così deludente?.

La risposta è complessa e risiede sia nell’aspetto “cognitivo” che in quello psicofisico e caratteriale della vittima.

Un esempio di qualche settimana fa, durante un incontro di Muay Thai uno dei due fighter ha colpito da dietro alle spalle l’avversario in maniera lecita ma anti sportiva, uno spettatore è salito e ha aggredito il fighter che ha avuto una reazione scomposta, sorpresa, impaurita eppure si trattava di un fighter ancora pieno di carica adrenalinica e che sa combattere, eppure la sua reazione è stata di sorpresa, remissiva, ha subito l’aggressore e solo l’intervento dell’angolo e della sicurezza ha stoppato l’azione dello spettatore. Eppure si trattava di un fighter preparato, ma non ha un contesto improvviso, non abituale e senza regole. Sicuramente se ora ricapitasse sarebbe diverso, ma .. non ricapiterà o molto difficilmente.

Per quanto riguarda il problema cognitivo, il più delle volte è mancata la conoscenza dei rituali di attacco del combattente da strada e il fattore sorpresa ha giocato a sfavore della vittima.
In palestra, difficilmente vengono affrontati questi argomenti: prima di un combattimento ci si saluta, a volte ci si da la mano, poi inizia un duello leale, con tanto di regole ed un arbitro che garantisce sul loro rispetto.

Per strada non è così. La prima regola è che non ci sono regole e poi il rituale che porta allo scontro il più delle volte è coperto, subdolo.

Se non conosci questo rituale, ti trovi a chiederti se quello ha veramente intenzione di attaccarti, e mentre te lo chiedi ti arriva un pugno in faccia che ti stende.

Nelle palestre, così come nei corsi di autodifesa, troppo spesso si allenano le persone a reagire all’aspetto “fisico” dell’aggressione. L’istruttore dirà “Ecco, lui ti afferra così, tu ti giri e colpisci con il gomito…ecc.”, per fare un esempio.

Tecnicamente sono informazioni che ti servono e che vanno allenate, anche se nel mio metodi di allenamento non utilizzo pacchetti preconfezionati perchè quello che serve sono degli skills che devono adattarsi alla situzione ed è per questo che non esiste una tecnica singola di risposta a un deterninato tipo di aggressione, non può essere così perchè anche qui devi imparare ad adattarti al contesto.

Il problema è quello di agire prima di dover reagire e ciò è possibile solo giocando d’anticipo, capendo al volo che tipo di avversario vi trovate di fronte ed in che modo agirà.

Quando ti trovi dentro una aggressione forse è già troppo tardi e ti spiego perchè.

Purtroppo, nessun delinquente ti attaccherà cercando di darti il vantaggio del tempo di reagire o capire cosa sta per succedere. Il suo attacco sarà sempre subdolo, mascherato, vigliacco, proprio per sorprenderti.

Per fare questo ricorrerà alla sorpresa e per avere la sorpresa dalla sua parte, ricorrerà all’inganno.

Per questo un ruolo importantissimo è dato dalla lettura ed interpretazione del linguaggio del corpo, l’unico in grado di darci indizi attendibili sulle vere intenzioni dell’altro.

L’incapacità di riconoscere i segni premonitori di un attacco, farà sì che la vittima, magari reduce da mesi di allenamento in palestra, si trovi KO ancora prima di realizzare che l’aggressione è in corso.

Un’altro aspetto fondamentale è la sostanziale impreparazione delle maggior parte delle persone nel fronteggiare le reazioni psicofisiche legate alla paura.

Vivere al riparo della società civile, o almeno nella presunzione che sia così, ha di fatto ridotto la tua abitudine a fare i conti con questa emozione primaria. Il risultato è che, quando ci imbattiamo in situazioni di pericolo, non abbiamo più schemi adeguati per farvi fronte.

Allora è normale sperimentare paralisi e indecisioni che possono risultare disastrose quando, invece, sarebbero richieste reazioni immediate e risolutive, con un livello di violenza incredibile o una fuga immediata se possibile, come fanno gli animali.

Le persone che cadono vittime degli eventi, facilmente rimangono disorientate e bloccate a causa dei sintomi fisiologici che si accompagnano alla paura intensa:

  • dispnea,
  • tremori,
  • tachicardia,
  • secchezza delle mucose,
  • limitazioni del capo visivo (il cosiddetto “effetto tunnel”),
  • rigidità dei movimenti,
  • fino alla paralisi,
  • ecc.

Addestrare una persona a combattere la paura è qualcosa di complicato perché ognuno di noi reagisce in modo diverso alle diverse situazioni di pericolo e perché ognuno di noi ha una soglia di sopportazione diversa rispetto agli eventi stressanti.

Ci sono persone che precipitano nel panico di fronte a stress moderati, come il parlare in pubblico, o chiedere il numero a una ragazza e che poi sembrano reagire con freddezza a situazioni di rischio estremo.

Che si tratta di incoscienza o sottovalutazione del pericolo quello che conta è la corretta risposta che permette di salvarti la vita.

La complicazione maggiore è data dal fatto che per imparare a vincere la paura l’unico mezzo realmente valido è… provare paura più e più volte, in modo da diminuire la tua sensibilità verso quest’emozione primaria. Una sorta di “vaccinazione”, quindi, che passa attraverso la presa di coscienza delle nostre reazioni di fronte al pericolo.

Va da sé che è praticamente impossibile riprodurre in un corso di autodifesa la situazione di stress emotivo che si genera durante un’aggressione, senza far correre seri rischi all’allievo.
L’addestramento a vincere la paura rappresenta quindi una delle sfide più ardue per chi si occupa di formare le persone all’autodifesa.

Un’altro aspetto importante è quello legato agli aspetti caratteriali ed educativi della persona.

In questo senso, il combattente da strada ha caratteristiche ben precise e non possederle rappresenta uno svantaggio incolmabile, quando si deve combattere per la vita.

E’ inutile possedere un’arma, avere il miglior addestramento tecnico, sapere controllare la paura se poi, al momento della verità, esiterete perché non vuoi fare male o vi ripugna storpiarlo e ferirlo gravemente, vedere schizzare il sangue dal naso del vostro avversario, vi fa ribrezzo l’idea di infilargli un dito in un occhio per cavarglielo oppure rompergli un braccio.

Purtroppo, un protocollo di autodifesa efficace, specialmente quando esiste un forte divario di forze come nell’autodifesa femminile, prevede quasi esclusivamente tecniche “sporche” che richiedono l’uso di una violenza, di fare cose che vanno al di là della concezione della maggior parte delle perosone.

Saper coltivare nell’allievo un’aggressività feroce e priva di inibizioni, il cosiddetto “killer instinct“, è il compito più difficile e delicato di un istruttore perchè non si tratta di qualcosa di fisico e tecnico ma di una modifica e adattameto psicologico al contesto che deve avvenire in un istante una volta che è “sentito” il segnale rosso.

Solitamente questa tipologia di formazione viene data a gruppi e reparti militari.

Ora non si tratta di trasformare persone miti e socievoli in assassini abbruttiti, ma si tratta di far sì che l’allievo sappia scatenare la propria violenza in modo finalizzato, ovvero in un contesto in cui la sua sopravvivenza è a rischio.

Si tratta di riprogrammare la tua reazione quando viene stimolata da determinati imput esterni.

Come puoi intuire si tratta di un compito che richiede molta responsabilità, non per tutti, sempre in bilico tra il rischio di fornire un training troppo blando, superficiale e quello di trascendere, andare oltre con il rischio di creare nuovi e pericolosi disadattati sociali e psicologici.

Ora pocchissimi corsi di autodifesa sono in grado di fornire soluzioni convincenti per imparare a fare tutto questo, perchè richiedono delle competenze non comuni.

Alcuni istruttori sostengono di addestrare e non allenare. La differenza è evidente:

  • chi allena pensa ai muscoli e ai riflessi,
  • chi addestra pensa alle situazioni e alle circostanze.

Serve un mix ma più sbilanciato verso la seconda visto che si parla di difesa personale e non di combattimento sportivo.

In un caso o nell’altro quasi nessuno pensa alla singola persona e al suo personalissimo modo di rispondere alla paura, alla sua capacità di utilizzare al meglio le sue risorse oppure al suo rimanere interdetta e non riuscire a reagire. Per questo il ruolo dell’istruttore diventa fondamentale perchè deve riconoscere la singola persona e non una classe di allievi, perchè ognuno di loro ha una sua psicologia e reazione di fronte alla paura, alla cattiveria, alla violenza, ecc. e su ognuno è necessario costruire un percorso personalizzato.

Gli istruttori che continuano a credere di insegnare le loro tecniche per:

  • cavare occhi,
  • castrare a pedate stupratori usciti dall’ombra,
  • disarmare mani armate di coltello (aiuto!!!)
  • o di pistola (aiuto!!!),
  • ecc.

magari tendando e dicendo di rendere “realistico” il loro allenamento (o “addestramento” secondo i più convinti) inondando i loro allievi di adrenalina allo stato puro, ottenuta con ritmi forsennati o colpi sferrati a piena forza, gridandogli in faccia come se correre il rischio di rimanera con debito di ossigeno in palestra fosse lo stesso di una minaccia di coltello di uno sconosciuto davanti alla faccia dentro la metropolitana, o di un pestaggio in strada di due tossici, o di un “vero” stupro…

No, non è la stessa cosa e non lo sarà mai.

Il panico è una cosa seria, e non lo si otterrà mai in un contesto “amico”, dove tutti sono pronti ad aiutarti e pronti a soccorrerti nel caso in cui dovessi soccombere all’allenamento (o addestramento) “realistico”.

Nessuno è in grado di riprodurre in modo “legale” un contesto che sia lontanamente realistico in una palestra: ci vorrebbero le vie di uscita chiuse, nessuna protezione, un istruttore sadico che non interviene, e uno che gli stai veramente sulle palle che vuole fartela pagare o che vuole il tuo telefono, in pratica uno motivato a farti del male se non fai come vuole lui e in più questo deve avvenire quando non te lo aspetti in un giorno qualunque di lezione e in un punto qualsiasi (palestra, bagno, parcheggio, ecc) .

Allora forse si, che se ne esci vivo, tutto d’un pezzo e non definitivamente  traumatizzato, puoi dire che hai più o meno capito cosa succede, ma questa è qualcosa che non si può fare e significa farsi male.

Idealmente, un istruttore professionsta deve essere una specie di trainer in grado di rinforzare ed allenare anche gli stati emotivi e psicologici legati al combattimento e alle aggressioni che stanno sotto ai muscoli dell’allievo.

Anche questo fa parte dell’allenamento nella difesa personale.

Ci sono persone che hanno una reazione allo stress più accentuata di altri e che quindi hanno più difficoltà a gestire gli stati di paura.

Alcune persone sono da sempre vissute in un ambiente iperprotettivo e non hanno sviluppato un adeguato spirito di iniziativa. E’ naturale che persone così si trovino in difficoltà quando la situazione diventa critica, la capacità di improvvisazione e la mentalità di cavarsela da fuori può fare la differenza.

In ultimo, soprattutto se si tratta di difesa personale femminile o di soggetti che hanno una insicurezza cronica, o si sentono fisicamente poco prestanti, c’è un aspetto di fragilità ed insicurezza che rende più difficile a certe persone ad affermare il proprio diritto di esistere e di affermarsi nelle relazioni con gli altri.

Un allenamento “realistico” dovrebbe essere orientato a questi aspetti meno “muscolari” ma non meno essenziali, se l’obiettivo è formarti alla sopravvivenza.

Se stai facendo un corso dove non c’è questo tipo di formazione rischi di sprecare il tuo tempo e i tuoi soldi senza imparare realmente quello che ti serve se il tuo obiettivo è aumentare le possibilità di imparare a difenderti in caso di una aggressione da strada che ripeto non è lo sparring da palestra con i tuoi amici e compagni di allenamento.

Andrea

La pillola del giorno 051 – Interval speed pyramidal a serie o a tempo?.

Ora parlando dell’allenamento di interval speed con alcun amici del gruppo di expert fighting, ma in generale questo approccio può valere per molte tipologie di allenamento, il dilemma spesso è se contare un certo numero di ripetizioni in meno tempo possibile o fare il numero massimo di ripetizioni in un determinato tempo che può essere 30″, 20 “, 10” o 5″ecc. con un certo tempo di recupero.

Entrambi i metodi sono piramidali ma si muovono con principi leggermente differenti, ma qual’è il metodo migliore?.

In realtà entrambi si muovono sullo border line dello stesso principio ma l’utilizzo va fatto in base al contesto. Se ti alleni da solo possono valere entrambi, ma se ti alleni con un compagno di allenamento o un gruppo di persone il lavoro può cambiare perchè nel caso di ripetizioni a serie rischi di avere dei tempi di recupero sfalsati perchè dipende dal tempo che ci mettono gli altri compagni di allenameto.

L’interval speed è un esercizio molto utile perchè va a lavorare su aspetti neuro muscolari portandoli al limite permettendoti di aumentare la tua capacità di volume di colpi.

Vediamo alcune differenze tra i due approcci all’interval speed:

Metodo a serie

Si decide un certo numero di combinazioni e si esegue con questa sequenza:

10-20-30-40-50-60-70-80-90-100 o viceversa

Il tutto eseguito alla massima velocità, quindi si sceglie una tecnica o una combinazione e ci si mette due per sacco e via uno tiene il sacco e l’altro fa l’esercizio.

Chi tiene il sacco non dorme ma conta le ripetizioni effettuate del compagno, lo scopo è quello di finire prima di tutte le altre coppie.

Un lavoro ancora più oggettivo è quello di cronometrarsi.

Metodo a tempo

Si basa su 8 serie eseguite per un certo numero di tempo:

  • 30 secondi x 8 – cambio l’altro tutto questo per 8 volte poi un minuto di pausa
  • 20 secondi x 8 – cambio l’altro tutto questo per 8 volte poi un minuto di pausa
  • 15 secondi x 8 – cambio l’altro tutto questo per 8 volte poi un minuto di pausa
  • 10 secondi x 8 – cambio l’altro tutto questo per 8 volte poi un minuto di pausa
  • 5 secondi x 8 – cambio l’altro tutto questo per 8 volte poi un minuto di pausa

Il tutto alla massima velocità, si sceglie una combinazione e ci si mette due per sacco e via, mi raccomando i cambi velocissimi tra un compagno e l’altro. Chi tiene il sacco non dorme ma conta le ripetizioni effettuate, lo scopo è quello di migliorarsi e quindi aumentare il numero di ripetizioni in quel lasso di tempo.

Ps. In questo tipo di esercizio quello che devi privilegiare è la massima velocità quindi devi fregartene un pochino della tecnica e della precisione. L’obiettivo è fare lavoro neuro-muscolare.

Tipologie di esercizi che puoi fare:

  • Combinazioni da due a tre colpi
  • Combinazioni complesse da 5 colpi
  • Colpi singoli
  • Colpi doppiati
  • Colpi con passi (questo lavoro sul footwork è molto importante)
  • Proiezioni
  • Esercizi di preparazione atletica
  • ecc.

Ora prova entrambe le tipologie di allenamento e mi raccomando un buon riscaldamento prima di iniziare.

Buon interval speed

Andrea