10 cose che devi fare per l’igiene se pratichi la lotta o il BJJ

Anche se ho scritto già su questo tema sembra che non basta mai.

Voglio fare un piccolo reminder a tutti gli sporcaccioni che si allenano senza lavarsi e lavare la popria attrezzatura visto che alcune persone sembra che fanno fatica a fare gesti semplici che tutte le nonne e le mamme fanno.

L’igiene adeguata nella lotta e nel BJJ non è solo una buona idea – è imperativo.

Dopo tutto, se non sei attento, puoi raccogliere e/o diffondere che è peggio alcune infezioni cutanee piuttosto brutte.

Sia che tu sia una cintura bianca di nuova generazione che abbia bisogno di conoscere le basi o un professionista esperto che potrebbe utilizzare un aggiornamento, non credo che sia difficile capire che l’igiene dove c’è molto contatto è fondamentale.

Ricordati che :

  • Prima del contatto con i tuoi compagni di allenamento devi essere pulito e se hai delle ferite coprile.
  • Durante l’allenamento la tua pelle viene a contatto con la pelle del tuo compagno, il sudore, i tappeti.
  • Ora devi tornare come quando stavi iniziando l’allenamento quindi devi lavarti con del sapone con proprietà disinfettanti per eliminare le tracce del contatto.

Qui ci sono dieci cose che devi fare per mantenerti pulito metre ti rotoli sui tapeti con i tuoi compagni di allenamento.

  1. Ricordati che devi lavare il tuo gi dopo ogni sessione di allenamento; Utilizza un prodotto apposito o aggiungi una tazza di aceto per una maggiore protezione.
  2. Lava anche la cintura!!. Seriamente, non è qualcosa che si pulisce da sola.
  3. Indossa le scarpe o le ciabatte quando esci dal tappeto – ESCLUSIVAMENTE se si va in bagno o spogliatoio. È possibile comprare alcune ciabatte di schiuma a buon mercato per 5 euro e le trovi ovunque e non serve la marca Hawaiana – quindi niente scuse.
  4. Fai una doccia immediatamente dopo la sessione di allenamento – prendi in considerazione l’utilizzo di un sapone speciale che include ingredienti antibatterici / antifungini come l’olio di tea tree. Puoi anche fartelo a casa se ti senti amante del fai da te o vuoi risparmiare. Cerca su google “sapone di olio diy”.
  5. Se non puoi fare una doccia immediatamente dopo la sessione di allenamento, utilizza alcune salviettine per pulirti, c’è ne sono di diverso tipo e marca sul mercato ma cercale disinfettanti o usa un prodotto insieme alle salviettine.
  6. Se pensi di avere un’infezione cutanea come la tigna o il staph, resta fuori dai tappetini e visita un medico. Se guardi la tua pelle e pensi, “Hmmm, è strano …”, non stare a pensare troppo e a dubitare non sei un medico, ascolta il parere di un professionista prima di esporre potenzialmente i tuoi compagni di allenamento alla stessa infezione.
  7. Assicurati di allenarti in un luogo che viene pulito e disinfettato regolarmente e parlo anche dei tappetini. Non sei sicuro? Chiedi. Se esitano o non riescono a darti una risposta diretta, corri via.
  8. Se hai un dolore che un medico ha confermato e non è un’infezione cutanea comunque meglio coprirlo prima del rotolamento, preferibilmente con garza e nastro, rimane comunque una zona più sensibile.
  9. Usa ogni tanto sulla tua borsa uno spray anti batterico. Più di ogni tanto sarebbe bello almeno una volta alla settimana.
  10. Se porti delle cose sudate nella tua borsa, assicuratevi di farlo dentro delle buste e di lasciarla aperta la tua borsa per asciugare e anche nella borsa usa uno spray antibatterico ogni tanto come nel punto precedente.

Ps. Appendere fuori il Gi all’aria e spruzzare il deodorante non vuol dire lavarlo.

Rispetta te stesso e i tuoi compagni di allenamenti

Andrea

Le aggressioni: analisi del contesto

La scena dell’aggressione: analisi del contesto e varie implicazioni

Molti pensano che all’aggressione come ad un evento tutto sommato lineare nel suo svolgimento e nelle sue implicazioni dove per esempio:

  • Uno cammina per strada, fa un brutto incontro, quello lo picchia, lo deruba e lo lascia steso o si difende e picchia l’aggressore.
  • Oppure due tizi litigano per strada, vengono alle mani, uno dei due accoltella l’altro.
  • Sei in auto, vi insultate, continuate per diversi semafori, scendete e vi picchiate, ecc.

Semplice, no? NO!! non è così.

In realtà non è così perchè questa visione non tiene conto del fatto che l’aggressione non è quasi mai un evento improvviso e casuale.

Quasi sempre, infatti, quello che noi conosciamo come aggressione, in realtà è un percorso fatto di tappe rituali, dove i protagonisti recitano un preciso ruolo, partecipando attivamente all’esito finale.

Questo è particolarmente vero in tutte le escalation, dove di fronte all’aggressività di qualcuno, l’altro la alimenta comportandosi a sua volta in modo aggressivo o mostrandosi incapace di reagire.

Ma, qualunque sia la reazione della futura vittima, che reagisca o si lasci vittimizzare, che cosa succede in quei momenti? Quale scenario si va delineando?

Le emozioni, gli errori comportamentali e le persone sulle scena

  • La paura
  • L’EGO
  • I testimoni, il tribunale

 

La paura

Volendo paragonare le scena ad un quadro immagina il peggiore dei quadri medioevali dove vedi spiriti, demoni e persone che guardano su una tela, tutti che danzano attorno ai protagonisti della scena. La prima emozione, che è anche la più temuta e potente in una aggressione è senz’altro la paura che circonda la futura vittima e da cui nemmeno l’aggressore è immune, anche lui prova paura.

Il demone della paura è così temuto che alcune persone non sopportano di provare questa intensa e sgradevole emozione, al punto di aver “paura della paura”, innescando il paradosso degli attacchi di panico.

Pensa anche solo alle persone che evitano di guardare certi film perchè provano quella sensazione pur sapendo che si tratta di finzione.

Se stai pensando a come difenderti in una situazione di pericolo reale, è inutile pensare a tattiche e strategie se non si è in grado di far fronte a questo onnipresente elemento che è da solo capace di paralizzarci, renderci rigidi, balbettanti e di conseguenza di renderti inefficaci e goffe tutte le tecniche che hai studiato in palestra o a tavolino.

Ricordati che qualunque tecnica di difesa o tattica dissuasiva vuoi utilizzare, funzionerà solo se da parte tua c’è una buona dose di controllo emotivo nel momento critico.

Perdere la calma significa perdere ogni chance di risolvere positivamente la faccenda.

Sulla paura molto è stato scritto e detto, sia dal punto di vista psicologico che sulle reazioni fisiologiche e di fatto non esistono ricette magiche per gestirla al meglio.

La paura puoi solo gestirla perché eliminarla non è possibile.

D’altra parte la paura, e il suo prodotto organico, l’adrenalina, rappresentano pur sempre una risorsa: grazie ad essi, le forze vengono centuplicate ai fini della sopravvivenza ed in caso di attacco è possibile reagire in modo tempestivo ed efficace.

Purtroppo, nell’imminenza di un attacco, l’idea di essere feriti o uccisi si fa fatalmente strada nella mente e questo pensier  è psicologicamente insopportabile e pertanto paralizzante per un individuo non preparato ad  affrontare un evento del genere. Anche per questo l’allenamento e l’esperienza possono fornire un aiuto insostituibile alla persona in difficoltà.

La paura, come tutte le emozioni, può essere dominata con la conoscenza e con l’esperienza.

  • Conoscere la paura, i suoi effetti sul corpo e sulla mente, è il primo passo se si vuole sperare di averne il controllo.
  • Saper respirare correttamente, evitando l’affanno e l’iperventilazione, o apnee involontarie capaci di farci svenire.
  • Conoscere gli effetti negativi della paura sulla sfera cognitiva, ovvero sulla capacità di ragionamento (e quindi di gestire assertivamente la comunicazione).
  • Oltre alla conoscenza, moltissimo può essere ottenuto dall’esperienza.

In pratica, l’aver avuto paura più volte nella propria vita, consente, se si è stati capaci di elaborare positivamente l’esperienza, di raggiungere un certo grado di assuefazione, una sorta di “vaccinazione” dalla paura stessa.

Questo è il motivo per cui poliziotti e delinquenti (tanto per elencare due “mestieri a rischio”) sembrano reagire alla paura in modo diverso dalle persone comuni: sono passati attraverso un processo di rafforzamento che li ha resi meno sensibili agli “effetti” della paura stessa, ma non significa che viene eliminata! Non esiste l’immunità alla paura.

 

L’EGO

L’altro demone spesso presente sulla scena delle aggressioni è l’EGO delle persone coinvolte.
Più volte te ne ho parlato come l’elemento che più di ogni altro è il responsabile di ogni escalation.

Del resto pochi hanno, nel momento critico, hanno la lucidità di capire che rispondere aggressivamente ad un comportamento aggressivo serve solo a peggiorare le cose.

E’ anche questo un effetto della paura.

Una reazione comune nelle persone quello di reagire con aggressività ma che spesso però porta solo e litigare se non adirittura arrivare alle mani per motivi futili o semplici incompresioni che possono capitare nella vita quotidiana.

Esaminiamo l’esempio dell’automobilista inferocito: è imbestialito con voi per una “storta” nel traffico e, sceso dalla macchina, viene verso di voi insultandovi a gran voce.In questo caso, prendere in considerazione il proprio ed altrui EGO potrebbe essere una strategia vincente ai fini della de-escalation.

Spesse volte, offrire all’altro una via d’uscita che soddisfi il suo orgoglio (o la sua vanagloria) potrebbe essere la soluzione per interrompere il conflitto prima che diventi pericoloso.

Per esempio lui urla:”Razza di deficiente, ma vuoi guardare quando esci da un incrocio?” a questo punto potreste rispondere “deficiente sarai te! Vai piano invece di rompere i c…i!!” oppure “Calma, sono cose che succedono. Meno male che non ci siamo fatti niente”.

  • Nel primo caso, la risposta è chiaramente in termini aggressivi e il livello successivo dell’escalation è facilmente immaginabile.
  • Nel secondo caso, la riposta è in termini più assertivi, della serie che non c’è un’ammissione di colpa (“sono cose che succedono”)  e viene proposta una soluzione positiva del problema (“meno male che non ci siamo fatti niente”), pienamente accettabile anche dall’altro.

Saper elaborare velocemente delle riposte appropriate, espresse con tono calmo, uniforme, non provocatorio ma allo stesso tempo fermo e determinato, rappresenta un’abilità in grado di farvi  uscire da buona parte delle criticità senza danni fisici o psicologici.

Queste risposte vanno preparate e non improvvisate!

D’altra parte, come già detto in precedenza, la possibilità di riuscirci è data principalmente dalla capacità che hai nel dominare la paura in quei momenti convulsi e frenetici dove la tensione è alta.

Non è facile.

In ogni caso tener presente le dinamiche che coinvolgono l’EGO nelle situazioni di conflitto può essere utile anche in situazioni diverse da quella vista nell’esempio di poco fa.

Immagina il caso di una donna che incontra un potenziale stupratore (magari l’ex marito o ex fidanzato) il quale avanza richieste sempre più insistenti e minacciose per fare sesso.

Anziché reagire con la paura o con la rabbia, la donna in questione potrebbe dichiarare la propria disponibilità ma contemporaneamente avvisarlo di essere in cura per una malattia infettiva grave o sessualmente trasmissibile.

A questo punto la rinuncia da parte dell’uomo non sarebbe più per lui una ferita nell’orgoglio (l’essere rifiutato, respinto) ma una saggia e necessaria decisione da parte sua.

Ricordati che alla gente piace decidere!

Un aspetto strettamente correlato alla presenza dell’EGO dei contendenti è dato dalla presenza sulla scena di eventuali amici o complici dell’aggressore.

A prescindere dal fatto di trovarsi di fronte a più persone, fatto di per sé più pericoloso, a complicare le cose subentra il ruolo sociale che la persona che vi sta importunando ha all’interno del suo gruppo.

Potrebbe essere il “capetto” oppure un gregario in cerca di prestigio agli occhi degli altri: il fatto di mettersi a fare il bullo con voi potrebbe avere un significato di esibizione all’interno del branco.

In queste condizioni tenere un comportamento assertivo (non offendere l’altro, dialogare su un piano di rispetto reciproco), diventa ancora più importante e più difficile.

Mentre si tenta di attuare la de-escalation, ulteriore attenzione deve essere rivolta agli aspetti posturali e di gestione della distanza fisica.

Oltre ad evitare che l’altro (e gli altri) si avvicinino troppo, occorre impedire a tutti i costi l’accerchiamento che vi renderebbe automaticamente vittime di un pestaggio. Mentre parlate, negoziate, ascoltate l’altro, e soprattutto cerca di spostarti in modo da avere sempre e solo UNA persona di fronte.

Cerca di fare in modo che la sagoma dell’individuo con cui parli sia sempre tra voi e il resto del gruppo. Se gli altri si muovono a ventaglio tentando di accerchiarti, spostati immediatamente con tutta la naturalezza di cui sei capace, utilizzando anche quello che offre il terreno: alberi, auto parcheggiate, lampioni, tutto ciò che serve per creare ostacolo ed intralcio agli altri.

Se non ci riesci non ti resta che combattere o fuggire ma se vedi che si muovono non stare fermo.

 

 

I testimoni, il tribunale

Un aspetto di cui devi tenere conto nella scena del delitto sono gli eventuali testimoni e dall’ultimo spirito onnipotente che aleggia sulla scena dantesca: il giudice di tribunale.

I testimoni teoricamente dovrebbero essere l’elemento risolutivo di ogni crimine: presenti sulla scena, intervengono a difesa della vittima (non per nulla una delle raccomandazioni più trite è quella di frequentare posti dove c’è gente) e poi si mettono a disposizione della legge, puntando l’indice sul malfattore, affinché Giustizia trionfi.

La realtà è diversa.

Nella maggior parte dei casi, appena gridi disperatamente aiuto, le persone si dilegueranno, se non potranno farlo diranno di non aver visto e di non aver sentito, se saranno costretti a testimoniare non è assolutamente scontato che riferiscano in modo attendibile come sono andati realmente i fatti ma dandone una loro interpretazione distorta (pericolosissimo in fase processuale).

Desolante, ma come capita spesso di vedere da filmati di eventi di cronaca è più facile che facciano un video che ti provino ad aiutare o a dissuadere i litiganti o aggressori.

Al di la della propensione di un possibile testimone a passare i guai per causa nostra, c’è un altro dato di cui devi tenere conto: il testimone, nella maggioranza dei casi, non ha ne’ le competenze ne’ il giusto grado di attenzione per poter valutare l’accaduto in tutta la sua complessità (rituali, decisione, linguaggio corporeo, preparativi).

Che cosa significa?. Che rischia di dire che sei stato tu a picchiare l’aggressore anche se ti stavi difendendo.

Facciamo un esempio: Cammini per strada, senti una frenata e uno schianto. Alzi gli occhi e vedi due vetture incastrate una dentro l’altra.

Sei quindi un testimone dell’incidente. Però la tua attenzione sull’accaduto è solo dal momento dello schianto, perdendo tutte le circostanze e le sequenze precedenti.

Il fatto che uno dei conducenti parlasse al cellulare mentre era al volante, la velocità dei due mezzi, magari la sterzata di uno dei due guidatori per evitare un cane che attraversava…

Avviene lo stesso nel caso di una rissa o un’aggressione: senti un rumore, delle grida, ti volti e vedi due che se le danno di santa ragione.

Ora, come testimone devi dire chi ha iniziato, se c’è stato da parte di uno dei contendenti un intento provocatorio, oppure uno dei due ha tentato in tutti i modi di calmare l’altro, capisci come quello che è realmente successo può essere distorto dalle tue affermazioni?.

Malgrado questa distorta attendibilità che può dare un testimone, i tribunali ed il processo penale continuano a considerare le testimonianze alla stregua di prove oggettive, per intenderci come trovare le tue impronte digitali su una pistola.

Ora dopo questa chiacchierata, qualunque tecnica di dissuasione o di difesa stai pensando di adottare devi tenere in considerazione questo quadro, si lo so, sei preoccupato!!.

Andrea

La citazione del giorno 055 – Ted Wong

“Quando sento gente che dice “non dovresti preoccuparti tanto di allenarti come faceva Bruce Lee né di seguire i suoi insegnamenti, perché tu non possiedi le sue doti”, mi rendo conto che costoro non hanno capito il punto essenziale del pensiero di Bruce Lee. Egli ci ripeteva spesso di non essere niente “di speciale”, ma che, piuttosto, si affidava semplicemente ad un addestramento molto scrupoloso. Bruce era così bravo perché tale si era reso. Egli stava sempre ad allenarsi, inoltre cercava modi per rendere la sua pratica ancora più efficace. Si esercitava a lungo e duramente per ogni centimetro di progresso che fece. Non aspettatevi risultati al livello di Bruce Lee, se non siete intenzionati, per ottenerli, ad impiegare il tempo che impiegò lui.”

(Ted Wong)

Il combattimento tra gli uomini ha uno schema preciso

Il combattimento tra gli uomini ha uno schema preciso, e una rissa o un’aggressione da strada, non sono mai un evento veramente casuale.

La violenza si manifesta quasi sempre secondo un rituale che si ripete tale e quale da quando esiste l’uomo.

Conoscere questo rituale è un aiuto indispensabile, per riconoscere in tempo il pericolo ed agire prima che sia troppo tardi.

I documentari  sugli animali ci hanno fatto vedere di tutto sui rituali di lotta delle tigri, dei leoni, dei lupi, dei rinoceronti, e ogni sorta di mammifero, rettile, insetto o pennuto sulla faccia del pianeta.

Eppure incredibilmente si spendono ore a studiare gli animali mentre su quello che sono gli schemi fatti dall’uomo in casi analoghi, quando cioè il conflitto tra simili sfocia nello scontro fisico c’è molto poco a parte delle notizie frammentarie e in gran parte inesatte che ci riportano i mezzi di informazione.

Oggi grazie alla diffusione dei telefonini e delle telecamere di sorveglianza c’è molto più materiale da studiare anche se spesso cruento e che fa vedere una violenza spesso incredibile per motivi banali, o per rapine da pochi euro, o semplice sadismo.

E’ evidente per tutti l’importanza di saperne di più, perchè può fare la differenza tra uscirne sani e salvi o evitare di rimanere intrappolati in una situazione del genere.

Se per esempio stai discutendo animatamente con un tizio per una questione di parcheggio sarebbe importante sapere che ti trovi a cinque secondi da un pugno in faccia ma tanti invece non lo sanno e vanno avanti iperterriti verso uno scontro.

L’impreparazione delle persone a questo riguardo è totale e si vede perchè si cacciano in dei guai incredibili per questioni banali e che potevano essere evitate.

E’ inutile dire che c’è una scarsa presenza di poliziotti, di avere leggi più severe, di chiedere più sicurezza, quando i comuni cittadini sembrano completamente sprovveduti di fronte al pericolo, al punto di cacciarsi nei guai per pura e semplice credulità, presunzione.

Conoscere i comportamenti a rischio, sia i tuoi che del tuo eventuale aggressore, rappresenta il primo passo concreto verso una prevenzione efficace: conoscere per evitare.

Anche se gli episodi di violenza ci appaiono talvolta privi di logica, in realtà non è così.

La violenza si ripete tale e quale in questo modo da millenni, secondo un copione noto ed arcinoto di cui ci rifiutiamo spesso di prendere atto, adagiandoci nella presunzione di vivere in una “società civile” con un ordine costituito che vigila sui nostri sonni.

Non sono molti gli studi sul campo relativi ai rituali aggressivi dell’uomo, ma qualcosa è stato fatto e se credo che le persone dovrebbero essere educate a riguardo.

In particolare qui di seguito trovi alcuni spunti importanti del lavoro fatto da Geoff Thompson e Keith Kernspecht  ognuno per conto proprio e con la propria metodologia i quali hanno analizzato proprio i bassifondi delle loro città allo scopo di raccontare che cosa succede prima e durante un’aggressione.

Scrive KernSpecht: “Ho effettuato delle ricerche sul comportamento violento degli animali e degli uomini. Mentre gli altri andavano nei bar ad ubriacarsi o andare dietro alle donne, io, già da liceale ed allievo poliziotto, mi sedevo con un bicchiere di succo d’arancia e un blocco per appunti in locali nei quali avvenivano spesso risse, per poter osservare il comportamento maschile di “difesa del territorio”. […] Nel corso dei miei studi, mi sono imbattuto spesso in rituali che risalgono a migliaia di anni fa e che qualsiasi combattente da strada conosce inconsciamente. Questi rituali atavici determinano il decorso immutabile della maggior parte gli scontri fisici. Conoscerli significa conoscere se stessi gli altri”.

Il lavoro di KernSpecht descrive soprattutto quel tipo di aggressione che deriva dall’incontro di certi macho da birreria che, sembra di capire, in Germania sono piuttosto frequenti.

Secondo KernSpecht un’aggressione di questo tipo (tipica situazione da bar) si svolge secondo quattro tipiche fasi rituali:

1 – La fase visuale.
Per esempio ti trovi in un bar e il tuo sguardo si fissa su un tipo seduto al tavolo di fronte. L’occhiata dura qualche decimo di secondo di troppo e, di conseguenza, quello si alza e ti rivolge la solita domanda “Che hai da guardarmi? Ci conosciamo? Sei forse finocchio?…“. e ti ritrovi automaticamente nel secondo livello dell’escalation, perché sei sorpreso e non ti vengono in mente parole adeguate.

2 – La fase verbale (l’intervista).
Se adesso non escogiti subito qualcosa per placare la situazione (“Scusa, ti ho scambiato per un altro…“) il copione potrebbe proseguire così: “ma io… mica ti stavo guardando…” ti accorgi di aver paura, la voce diventa sottile e balbettante. Intanto l’altro si avvicina minaccioso “Str…o! Mi prendi per il culo? Che c…o avevi da guardarmi?…” Avvicinandosi diventa ad ogni parola più furioso: le vene si gonfiano, il mento si abbassa, le pupille si dilatano e si muovono a destra e a sinistra freneticamente.

3 – La fase delle spinte e delle prese.
“Vuoi in po’ di botte? Ma io ti rompo il cu..o!!…”
Senti l’odore del suo alito, ormai vicinissimo, sei come paralizzato davanti a questo immotivato scoppio di violenza. L’individuo di fronte è paonazzo, gonfio di adrenalina, quasi non sentite più i suoi insulti perché ha cominciato a spintonarvi, provi a dire qualcosa ed indietreggi mentre quello continua a spingerti, ancora una spinta che ti fa sbattere contro la parete. Non puoi più tornare indietro, lo scontro fisico è inevitabile.

4 – Atto finale.
Arriva il primo schiaffo, poi un altro. Non ha il coraggio di alzare le braccia per paura di peggiorare le cose ma subito arriva una testata in faccia, poi una ginocchiata, un pugno. Crolli a terra, mentre l’altro infierisce a calci, prima di andarsene. Tutta la scena è durata meno di venti secondi.

Si può obiettare che questa descrizione sembra riferirsi ad un’unica tipologia di aggressore, quella del balordo che cerca la violenza per il solo gusto di farlo.

Ovviamente questo non è l’unico tipo di aggressore possibile e forse nemmeno il più probabile.

Le aggressioni avvengono, oltre che per la pura ricerca della violenza, per rapina, per rancore, per motivazioni politiche, per stupro, e altro ancora.

In realtà ci sono molti tipi di aggressore e ognuno usa un rituale diverso prima di colpire, questo perchè il suo scopo è diverso, violenza sessuale, rapina, aggressione, sadismo.

Il rapinatore da strada, lo scippatore, adottano un rituale “coperto” che prevede nelle prime fasi la scelta del luogo propizio, l’individuazione delle persone più vulnerabili e appetibili e solo dopo passa alle fasi successive, che possono prevedere tanto un'”intervista” verbale (con lo scopo di distrarre la vittima o intimidirla), tanto un attacco improvviso senza alcun preliminare.

Considera poi che non agiscono da soli e se sono soli sono sicuramente armati di un’arma per usarla come minaccia.

Questi malviventi non operano in modo plateale come il balordo descritto da KernSpecht, ma agiscono in modo subdolo usando l’inganno e sfruttando la vulnerabilità, psicologica o ambientale, della vittima.

La fase verbale (intervista) di un rapinatore, di uno stupratore, può essere gentile nella forma, apparentemente casuale nei modi e nel pretesto: “Scusa, sai dirmi l’ora?…”, “Hai da accendere?…”

Ma non è così!!

Si tratta di un approccio “esplorativo“, per capire se la vittima è mentalmente impreparata a reagire (in gergo “codice bianco”), oppure per provocare un calo di attenzione da parte della vittima scelta in modo da avere le massime chance di successo.

La fase delle spinte e le minacce può verificarsi subito dopo in modo improvviso e violento: “fuori i soldi…Subito!!” “dammi il portafoglio o t’ammazzo!!…”

Questa improvvisa esplosione di violenza ha lo scopo di provocare la paralisi da adrenalina nella vittima: la sorpresa, l’improvvisa e brutale percezione del pericolo, provoca quasi sempre l’incapacità di reazione da parte di chi la subisce.

Secondo Geoff Thompson, tanto maggiore è il crimine, tanto più è elaborato l’inganno in cui l’aggressore trae la sua vittima.

Ad un estremo Thompson riporta il caso di un serial killer, John Cannan, il quale inviava alle sue vittime designate (solitamente donne) mazzi di fiori, champagne e inviti a cena, prima di stuprarle e ucciderle.

All’altro estremo, invece si collocano i balordi descritti da KernSpecht, personaggi incapaci di elaborare simili raffinatezze,  i quali manifestano la loro carica di violenza fin dal primo momento.

L’unico aspetto che accomuna tutti i tipi di aggressione è la progressiva riduzione della distanza, psicologica e fisica, da parte del malintenzionato.

Qualunque sia il metodo impiegato, una “intervista” verbale roboante e minacciosa oppure un approccio educato e pretestuoso, il malvivente vuole e cerca di arrivarti vicino senza che ve ne accorgiate troppo.

Lo scopo della cosiddetta fase verbale consiste proprio nell’occuparvi la mente a cercare risposte sensate a quanto vi viene detto in quel momento e mentre sei così occupato, è molto facile che non vi accorgiate che l’aggressore ti è arrivato vicino, molto vicino.

A questo punto difendersi diventa molto difficile, perchè un attacco improvviso non ti dà il tempo di reagire.

Sempre secondo Geoff Thompson, il rituale di attacco di un delinquente abituale segue un copione abbastanza riconoscibile, in cui compaiono gli ingredienti esemplificati nelle quattro “D”: “Dialogue – Deception – Distraction – Destruction” (Dialogare, Ingannare, Distrarre, Distruggere) i quali implicano tanto il linguaggio “della strada”, quanto il linguaggio del corpo.

Un picchiatore abituale molto spesso dirà alla sua vittima una frase del tipo “Non voglio litigare…“, quindi attaccherà in modo improvviso e feroce, mettendo il malcapitato KO in un attimo, si hai capito bene farà finta di fare pace.

Ancora una volta, l’attenzione deve essere principalmente sul mantenimento della distanza.

Se l’altro dice “Non  voglio guai…” e resta dove si trova o si allontana, probabilmente la minaccia non è così grave. Ma se quello vi dice “Non voglio litigare…” o frasi di questo tipo e viene verso di te, dovete mettervi in allarme rosso e prepararvi al peggio.

Un mio consiglio, scappa o attacca per primo immediatamente!!

Insomma, leggendo queste righe è facile che ti sei fatti l’idea che l’aggressore da strada moderno è un codardo senza onore e regole.

SI!!

In effetti è così, nel senso che quasi mai ci si imbatte in un avversario che vi sfida ad un duello con onore.

Se possibile, l’aggressore ti colpirà alle spalle o se si trova faccia a faccia con te, cercherà di colpirti con l’inganno.

I delinquenti abituali, come rapinatori, stupratori e scippatori, non fanno eccezione ed adottano anche loro un rituale di attacco largamente basato sulla dissimulazione.

Ecco un esempio tipico:

Viene scelto il luogo propizio, un ambiente isolato oppure al contrario un luogo di forte transito, come un centro commerciale o una via di negozi.

Qui viene esplorato l’ambiente alla ricerca di una vittima, ovvero una di quelle persone in “codice bianco”, oppure in stato di svantaggio fisico o ambientale.

Se il luogo lo consente, l’attacco avviene immediatamente, altrimenti il malvivente segue la sua vittima (stalking) fino a che il bersaglio non aumenti la propria vulnerabilità mentale o ambientale, per esempio entrando in un parcheggio deserto o una strada poco frequentata.

Se la vittima vene seguita da un centro commerciale al parcheggio, spesso l’aggressore aspetta che cominci a mettere la spesa nel bagagliaio dell’auto, oppure attacca quando cerca di entrarvi.

Infatti è proprio in uno di questi momenti che anche persone solitamente attente abbassano la guardia.

A questo punto, una volta acquisito il vantaggio ambientale e se l’aggressore lo ritiene necessario, può aver luogo la cosiddetta “intervista” il cui unico scopo è come sempre valutare meglio la vittima e sviarne l’attenzione prima del repentino attacco.

E’ in questa fase che una lettura del linguaggio del corpo può far presagire l’imminenza di un attacco.

Nemmeno gli aggressori più incalliti, infatti, riescono a dissimulare completamente gli effetti dell’adrenalina sul loro corpo:

  • un leggero pallore,
  • le pupille dilatate e mobili per contrastare l’effetto tunnel,
  • un leggero tremore,

Ti devono mettere sull’avviso che sta per succedere una aggressione.

In alcuni casi, se il malvivente si accorge che la sorpresa è fallita, e l’altro è sul chi va là, può anche  interrompere il suo rituale di attacco e rinunciare cercando una vittima più vulnerabile.

Terminata la fase di avvicinamento, il bandito può decidere di attaccare oppure limitarsi a minacciare la sua vittima. Spesso il rapinatore si limita a minacciare verbalmente, sottolineando la minaccia con un’arma e/o la presenza di complici.

La speranza del malvivente è quella che la paralisi da adrenalina, che quasi sempre attanaglia la vittima, sia sufficiente a concludere l’azione.

In questi casi, la minaccia viene reiterata con maggiore aggressività provocando nella vittima ulteriore shock adrenalinico.

In altri casi, invece, il rapinatore colpisce intenzionalmente, a volte senza eccessiva ferocia, al solo scopo di terrorizzare ulteriormente, a volte brutalmente, allo scopo di stordire la vittima, in modo da “alleggerirla” con comodo.

Quindi di fronte ad un comportamento così subdolo ed ingannevole diventa di fondamentale importanza l’abilità nel leggere il linguaggio del corpo dell’avversario, per indovinare i segni premonitori in un rituale di attacco.

Riassumiamo qui i più importanti:

Pupille dilatate e mobili.

Anche i delinquenti abituali sperimentano prima dell’attacco, un certo rilascio di adrenalina nel sangue.

Questo comporta nella loro percezione visiva un fenomeno noto come “effetto tunnel“, ovvero la perdita della visione periferica.

Tale effetto comporta la necessità di muovere gli occhi a destra e a sinistra per poter percepire l’eventuale arrivo sulla scena di testimoni, poliziotti, o altre “turbative”.

Altre manifestazioni adrenaliniche

Come ti ho già detto questi effetti sono difficilmente dissimulabili anche da parte di persone abituate alla violenza.

Nell’imminenza di un attacco, è probabile che si manifesti, oltre alla dilatazione delle pupille,  pallore al viso, mimica facciale inespressiva e tesa e una leggera rigidità nei movimenti, nel tentativo di nascondere il tremito da adrenalina delle mani o delle braccia.

Anche la voce può subire alterazioni, ed è probabile che subito prima di colpire, l’altro ammutolisca improvvisamente o risponda a monosillabi.

 

Nascondere le mani

Se l’aggressore porta con sé un’arma, cercherà di tenerla nascosta fino all’ultimo momento e in questo caso la mano che impugna l’arma sarà nascosta, in tasca o dietro la schiena.

Quindi, se una o entrambe le mani dell’altro non sono visibile fai attenzione.

Alcuni aggressori non  nascondono le mani, ma ruotano il palmo all’indietro in modo da nascondere un coltello, oppure, sempre allo stesso scopo,  tengono la mano armata vicino alla coscia per nascondere la lama.

Come si vede, quindi, non c’è un solo rituale.

Conoscere questi rituali anche solo a grandi linee è un elemento fondamentale se si vuole organizzare un programma di prevenzione personale che abbia un minimo di efficacia ma conoscere i rituali serve soprattutto se si è in grado di riconoscerli nelle primissime fasi, quindi a non farti cogliere di sorpresa anzi anticipare tu attaccando o scappando.

Anche se si riesce ad evitare di porsi in situazioni di svantaggio ambientale, può capitare di trovarsi invischiati in qualche situazione a rischio, rappresentata dalle fasi visuali e verbali di cui abbiamo parlato in precedenza magari perchè hai discusso un tuo amico o la tua fidanzata, ecc.

In situazioni di questo tipo, nella maggior parte dei casi è possibile tirarsi fuori da queste situazioni adottando tempestivamente tecniche di de-escalation, di gestione della distanza o accorgimenti posturali che fanno capire, nella logica di un messaggio assertivo, ad un potenziale aggressore, che “non è il caso” di procedere oltre.

Se non si riesce, ed è probabile che questo avvenga visto il pochissimo tempo a disposizione per agire, l’unica alternativa al subire un pestaggio o una rapina, potrebbe essere una reazione immediata e violenta, devi fare uscire il tuo lato più “basso”.

In questo caso, però, non puoi tornare più indietro e nulla è più certo, l’unica cosa che devi pensare è portare a casa la tua pelle.

Andrea

 

La Spagna contrasta la violenza sulle donne e fa sul serio.

La Spagna fa sul serio contro la violenza di genere firmando un «patto di Stato» che la stampa del paese definisce storico e che è destinato a fare da riferimento per molti altri paesi.

Ora perchè questo articolo, come tu sai se segui il blog l’attenzione al tema della violenza sulle donne e sulla difesa personale femminile è qualcosa che viene trattato con molta attenzione.

Lo so che questo non basta e che non sono poche righe su un blog a eliminare il problema ma voglio comunque fare la mia parte e aiutare il più possibile le persone a sensibilizzarsi su questo tema perchè anche in Italia è necessario costruire delle vere strutture e leggi adatte a fermare le forme di violenza di genere.

Se sei una donna, una ragazza che per fortuna non ha questo tipo di problema non restare indifferente, ma aiuta le persone che non hanno la tua fortuna e diffondi queste informazioni, parlane nei luoghi che frequenti e sensibilizza le persone.

Questo paese ha bisogno di fare dei passi avanti importanti su questo tema, e molta più attenzione da parte di tutti, privati cittadini e istituzioni che spesso non prestano una reale attenzione al tema.

Partiamo dalla cifra messa a disposizione dal governo spagnolo per questo: “un miliardo di euro da spendere nei prossimi cinque anni per cominciare a mettere in pratica quel che adesso è soltanto sulla carta”.

Un miliardo. Si hai capito bene.

Tantissimi soldi, soprattutto se visti dalle cifre spacchettate e ben più modeste dedicate qui da noi al contrasto della violenza di genere. Voglio farti capire meglio, trentuno milioni ripartiti (tre mesi fa) fra tutte le Regioni come «fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità» per gli anni 2017/2018.

Il testo della legge spagnola prevede inoltre 200 nuove misure e fra queste ce n’è una che riguarda la lotta alla «violenza maschilista già nella scuola».

L’intenzione è puntare sull’educazione e un cambio culturale per fare in modo che a tutti i livelli d’istruzione si promuovano «i valori egualitari e la prevenzione di comportamenti violenti».

Anche nel nostro piano nazionale antiviolenza del 2015 si è parlato di prevenzione a partire dalle scuole ma non si è mai ragionato sull’obbligatorietà di quell’indicazione che, di fatto, è rimasta sulla carta.

Eventualità che forse gli spagnoli eviteranno avendo previsto una rigidissima road map per applicare il patto di Stato e controllare se e come funziona.

Molti giornali spagnoli dicono che la violenza di genere è «una delle peggiori piaghe del Paese», con 32 donne uccise dall’inizio dell’anno. Da noi in Italia, con l’omicidio di ieri, ne abbiamo contate 45 nel 2017.

E questo non esclude tutte le forme di violenza che non portano a un omicidio ma che comunque rovinano la vita delle persone e sono tantissime.

Chi lavora nelle istituzione dovrebbe immediatamente studiare il lavoro fatto perchè non è più tollerabile che su certe tematiche l’attenzione sia solo uno spot elettorale o di forma.

Non restare indifferente.

Andrea