Le aggressioni: analisi del contesto

La scena dell’aggressione: analisi del contesto e varie implicazioni

Molti pensano che all’aggressione come ad un evento tutto sommato lineare nel suo svolgimento e nelle sue implicazioni dove per esempio:

  • Uno cammina per strada, fa un brutto incontro, quello lo picchia, lo deruba e lo lascia steso o si difende e picchia l’aggressore.
  • Oppure due tizi litigano per strada, vengono alle mani, uno dei due accoltella l’altro.
  • Sei in auto, vi insultate, continuate per diversi semafori, scendete e vi picchiate, ecc.

Semplice, no? NO!! non è così.

In realtà non è così perchè questa visione non tiene conto del fatto che l’aggressione non è quasi mai un evento improvviso e casuale.

Quasi sempre, infatti, quello che noi conosciamo come aggressione, in realtà è un percorso fatto di tappe rituali, dove i protagonisti recitano un preciso ruolo, partecipando attivamente all’esito finale.

Questo è particolarmente vero in tutte le escalation, dove di fronte all’aggressività di qualcuno, l’altro la alimenta comportandosi a sua volta in modo aggressivo o mostrandosi incapace di reagire.

Ma, qualunque sia la reazione della futura vittima, che reagisca o si lasci vittimizzare, che cosa succede in quei momenti? Quale scenario si va delineando?

Le emozioni, gli errori comportamentali e le persone sulle scena

  • La paura
  • L’EGO
  • I testimoni, il tribunale

 

La paura

Volendo paragonare le scena ad un quadro immagina il peggiore dei quadri medioevali dove vedi spiriti, demoni e persone che guardano su una tela, tutti che danzano attorno ai protagonisti della scena. La prima emozione, che è anche la più temuta e potente in una aggressione è senz’altro la paura che circonda la futura vittima e da cui nemmeno l’aggressore è immune, anche lui prova paura.

Il demone della paura è così temuto che alcune persone non sopportano di provare questa intensa e sgradevole emozione, al punto di aver “paura della paura”, innescando il paradosso degli attacchi di panico.

Pensa anche solo alle persone che evitano di guardare certi film perchè provano quella sensazione pur sapendo che si tratta di finzione.

Se stai pensando a come difenderti in una situazione di pericolo reale, è inutile pensare a tattiche e strategie se non si è in grado di far fronte a questo onnipresente elemento che è da solo capace di paralizzarci, renderci rigidi, balbettanti e di conseguenza di renderti inefficaci e goffe tutte le tecniche che hai studiato in palestra o a tavolino.

Ricordati che qualunque tecnica di difesa o tattica dissuasiva vuoi utilizzare, funzionerà solo se da parte tua c’è una buona dose di controllo emotivo nel momento critico.

Perdere la calma significa perdere ogni chance di risolvere positivamente la faccenda.

Sulla paura molto è stato scritto e detto, sia dal punto di vista psicologico che sulle reazioni fisiologiche e di fatto non esistono ricette magiche per gestirla al meglio.

La paura puoi solo gestirla perché eliminarla non è possibile.

D’altra parte la paura, e il suo prodotto organico, l’adrenalina, rappresentano pur sempre una risorsa: grazie ad essi, le forze vengono centuplicate ai fini della sopravvivenza ed in caso di attacco è possibile reagire in modo tempestivo ed efficace.

Purtroppo, nell’imminenza di un attacco, l’idea di essere feriti o uccisi si fa fatalmente strada nella mente e questo pensier  è psicologicamente insopportabile e pertanto paralizzante per un individuo non preparato ad  affrontare un evento del genere. Anche per questo l’allenamento e l’esperienza possono fornire un aiuto insostituibile alla persona in difficoltà.

La paura, come tutte le emozioni, può essere dominata con la conoscenza e con l’esperienza.

  • Conoscere la paura, i suoi effetti sul corpo e sulla mente, è il primo passo se si vuole sperare di averne il controllo.
  • Saper respirare correttamente, evitando l’affanno e l’iperventilazione, o apnee involontarie capaci di farci svenire.
  • Conoscere gli effetti negativi della paura sulla sfera cognitiva, ovvero sulla capacità di ragionamento (e quindi di gestire assertivamente la comunicazione).
  • Oltre alla conoscenza, moltissimo può essere ottenuto dall’esperienza.

In pratica, l’aver avuto paura più volte nella propria vita, consente, se si è stati capaci di elaborare positivamente l’esperienza, di raggiungere un certo grado di assuefazione, una sorta di “vaccinazione” dalla paura stessa.

Questo è il motivo per cui poliziotti e delinquenti (tanto per elencare due “mestieri a rischio”) sembrano reagire alla paura in modo diverso dalle persone comuni: sono passati attraverso un processo di rafforzamento che li ha resi meno sensibili agli “effetti” della paura stessa, ma non significa che viene eliminata! Non esiste l’immunità alla paura.

 

L’EGO

L’altro demone spesso presente sulla scena delle aggressioni è l’EGO delle persone coinvolte.
Più volte te ne ho parlato come l’elemento che più di ogni altro è il responsabile di ogni escalation.

Del resto pochi hanno, nel momento critico, hanno la lucidità di capire che rispondere aggressivamente ad un comportamento aggressivo serve solo a peggiorare le cose.

E’ anche questo un effetto della paura.

Una reazione comune nelle persone quello di reagire con aggressività ma che spesso però porta solo e litigare se non adirittura arrivare alle mani per motivi futili o semplici incompresioni che possono capitare nella vita quotidiana.

Esaminiamo l’esempio dell’automobilista inferocito: è imbestialito con voi per una “storta” nel traffico e, sceso dalla macchina, viene verso di voi insultandovi a gran voce.In questo caso, prendere in considerazione il proprio ed altrui EGO potrebbe essere una strategia vincente ai fini della de-escalation.

Spesse volte, offrire all’altro una via d’uscita che soddisfi il suo orgoglio (o la sua vanagloria) potrebbe essere la soluzione per interrompere il conflitto prima che diventi pericoloso.

Per esempio lui urla:”Razza di deficiente, ma vuoi guardare quando esci da un incrocio?” a questo punto potreste rispondere “deficiente sarai te! Vai piano invece di rompere i c…i!!” oppure “Calma, sono cose che succedono. Meno male che non ci siamo fatti niente”.

  • Nel primo caso, la risposta è chiaramente in termini aggressivi e il livello successivo dell’escalation è facilmente immaginabile.
  • Nel secondo caso, la riposta è in termini più assertivi, della serie che non c’è un’ammissione di colpa (“sono cose che succedono”)  e viene proposta una soluzione positiva del problema (“meno male che non ci siamo fatti niente”), pienamente accettabile anche dall’altro.

Saper elaborare velocemente delle riposte appropriate, espresse con tono calmo, uniforme, non provocatorio ma allo stesso tempo fermo e determinato, rappresenta un’abilità in grado di farvi  uscire da buona parte delle criticità senza danni fisici o psicologici.

Queste risposte vanno preparate e non improvvisate!

D’altra parte, come già detto in precedenza, la possibilità di riuscirci è data principalmente dalla capacità che hai nel dominare la paura in quei momenti convulsi e frenetici dove la tensione è alta.

Non è facile.

In ogni caso tener presente le dinamiche che coinvolgono l’EGO nelle situazioni di conflitto può essere utile anche in situazioni diverse da quella vista nell’esempio di poco fa.

Immagina il caso di una donna che incontra un potenziale stupratore (magari l’ex marito o ex fidanzato) il quale avanza richieste sempre più insistenti e minacciose per fare sesso.

Anziché reagire con la paura o con la rabbia, la donna in questione potrebbe dichiarare la propria disponibilità ma contemporaneamente avvisarlo di essere in cura per una malattia infettiva grave o sessualmente trasmissibile.

A questo punto la rinuncia da parte dell’uomo non sarebbe più per lui una ferita nell’orgoglio (l’essere rifiutato, respinto) ma una saggia e necessaria decisione da parte sua.

Ricordati che alla gente piace decidere!

Un aspetto strettamente correlato alla presenza dell’EGO dei contendenti è dato dalla presenza sulla scena di eventuali amici o complici dell’aggressore.

A prescindere dal fatto di trovarsi di fronte a più persone, fatto di per sé più pericoloso, a complicare le cose subentra il ruolo sociale che la persona che vi sta importunando ha all’interno del suo gruppo.

Potrebbe essere il “capetto” oppure un gregario in cerca di prestigio agli occhi degli altri: il fatto di mettersi a fare il bullo con voi potrebbe avere un significato di esibizione all’interno del branco.

In queste condizioni tenere un comportamento assertivo (non offendere l’altro, dialogare su un piano di rispetto reciproco), diventa ancora più importante e più difficile.

Mentre si tenta di attuare la de-escalation, ulteriore attenzione deve essere rivolta agli aspetti posturali e di gestione della distanza fisica.

Oltre ad evitare che l’altro (e gli altri) si avvicinino troppo, occorre impedire a tutti i costi l’accerchiamento che vi renderebbe automaticamente vittime di un pestaggio. Mentre parlate, negoziate, ascoltate l’altro, e soprattutto cerca di spostarti in modo da avere sempre e solo UNA persona di fronte.

Cerca di fare in modo che la sagoma dell’individuo con cui parli sia sempre tra voi e il resto del gruppo. Se gli altri si muovono a ventaglio tentando di accerchiarti, spostati immediatamente con tutta la naturalezza di cui sei capace, utilizzando anche quello che offre il terreno: alberi, auto parcheggiate, lampioni, tutto ciò che serve per creare ostacolo ed intralcio agli altri.

Se non ci riesci non ti resta che combattere o fuggire ma se vedi che si muovono non stare fermo.

 

 

I testimoni, il tribunale

Un aspetto di cui devi tenere conto nella scena del delitto sono gli eventuali testimoni e dall’ultimo spirito onnipotente che aleggia sulla scena dantesca: il giudice di tribunale.

I testimoni teoricamente dovrebbero essere l’elemento risolutivo di ogni crimine: presenti sulla scena, intervengono a difesa della vittima (non per nulla una delle raccomandazioni più trite è quella di frequentare posti dove c’è gente) e poi si mettono a disposizione della legge, puntando l’indice sul malfattore, affinché Giustizia trionfi.

La realtà è diversa.

Nella maggior parte dei casi, appena gridi disperatamente aiuto, le persone si dilegueranno, se non potranno farlo diranno di non aver visto e di non aver sentito, se saranno costretti a testimoniare non è assolutamente scontato che riferiscano in modo attendibile come sono andati realmente i fatti ma dandone una loro interpretazione distorta (pericolosissimo in fase processuale).

Desolante, ma come capita spesso di vedere da filmati di eventi di cronaca è più facile che facciano un video che ti provino ad aiutare o a dissuadere i litiganti o aggressori.

Al di la della propensione di un possibile testimone a passare i guai per causa nostra, c’è un altro dato di cui devi tenere conto: il testimone, nella maggioranza dei casi, non ha ne’ le competenze ne’ il giusto grado di attenzione per poter valutare l’accaduto in tutta la sua complessità (rituali, decisione, linguaggio corporeo, preparativi).

Che cosa significa?. Che rischia di dire che sei stato tu a picchiare l’aggressore anche se ti stavi difendendo.

Facciamo un esempio: Cammini per strada, senti una frenata e uno schianto. Alzi gli occhi e vedi due vetture incastrate una dentro l’altra.

Sei quindi un testimone dell’incidente. Però la tua attenzione sull’accaduto è solo dal momento dello schianto, perdendo tutte le circostanze e le sequenze precedenti.

Il fatto che uno dei conducenti parlasse al cellulare mentre era al volante, la velocità dei due mezzi, magari la sterzata di uno dei due guidatori per evitare un cane che attraversava…

Avviene lo stesso nel caso di una rissa o un’aggressione: senti un rumore, delle grida, ti volti e vedi due che se le danno di santa ragione.

Ora, come testimone devi dire chi ha iniziato, se c’è stato da parte di uno dei contendenti un intento provocatorio, oppure uno dei due ha tentato in tutti i modi di calmare l’altro, capisci come quello che è realmente successo può essere distorto dalle tue affermazioni?.

Malgrado questa distorta attendibilità che può dare un testimone, i tribunali ed il processo penale continuano a considerare le testimonianze alla stregua di prove oggettive, per intenderci come trovare le tue impronte digitali su una pistola.

Ora dopo questa chiacchierata, qualunque tecnica di dissuasione o di difesa stai pensando di adottare devi tenere in considerazione questo quadro, si lo so, sei preoccupato!!.

Andrea

Il combattimento tra gli uomini ha uno schema preciso

Il combattimento tra gli uomini ha uno schema preciso, e una rissa o un’aggressione da strada, non sono mai un evento veramente casuale.

La violenza si manifesta quasi sempre secondo un rituale che si ripete tale e quale da quando esiste l’uomo.

Conoscere questo rituale è un aiuto indispensabile, per riconoscere in tempo il pericolo ed agire prima che sia troppo tardi.

I documentari  sugli animali ci hanno fatto vedere di tutto sui rituali di lotta delle tigri, dei leoni, dei lupi, dei rinoceronti, e ogni sorta di mammifero, rettile, insetto o pennuto sulla faccia del pianeta.

Eppure incredibilmente si spendono ore a studiare gli animali mentre su quello che sono gli schemi fatti dall’uomo in casi analoghi, quando cioè il conflitto tra simili sfocia nello scontro fisico c’è molto poco a parte delle notizie frammentarie e in gran parte inesatte che ci riportano i mezzi di informazione.

Oggi grazie alla diffusione dei telefonini e delle telecamere di sorveglianza c’è molto più materiale da studiare anche se spesso cruento e che fa vedere una violenza spesso incredibile per motivi banali, o per rapine da pochi euro, o semplice sadismo.

E’ evidente per tutti l’importanza di saperne di più, perchè può fare la differenza tra uscirne sani e salvi o evitare di rimanere intrappolati in una situazione del genere.

Se per esempio stai discutendo animatamente con un tizio per una questione di parcheggio sarebbe importante sapere che ti trovi a cinque secondi da un pugno in faccia ma tanti invece non lo sanno e vanno avanti iperterriti verso uno scontro.

L’impreparazione delle persone a questo riguardo è totale e si vede perchè si cacciano in dei guai incredibili per questioni banali e che potevano essere evitate.

E’ inutile dire che c’è una scarsa presenza di poliziotti, di avere leggi più severe, di chiedere più sicurezza, quando i comuni cittadini sembrano completamente sprovveduti di fronte al pericolo, al punto di cacciarsi nei guai per pura e semplice credulità, presunzione.

Conoscere i comportamenti a rischio, sia i tuoi che del tuo eventuale aggressore, rappresenta il primo passo concreto verso una prevenzione efficace: conoscere per evitare.

Anche se gli episodi di violenza ci appaiono talvolta privi di logica, in realtà non è così.

La violenza si ripete tale e quale in questo modo da millenni, secondo un copione noto ed arcinoto di cui ci rifiutiamo spesso di prendere atto, adagiandoci nella presunzione di vivere in una “società civile” con un ordine costituito che vigila sui nostri sonni.

Non sono molti gli studi sul campo relativi ai rituali aggressivi dell’uomo, ma qualcosa è stato fatto e se credo che le persone dovrebbero essere educate a riguardo.

In particolare qui di seguito trovi alcuni spunti importanti del lavoro fatto da Geoff Thompson e Keith Kernspecht  ognuno per conto proprio e con la propria metodologia i quali hanno analizzato proprio i bassifondi delle loro città allo scopo di raccontare che cosa succede prima e durante un’aggressione.

Scrive KernSpecht: “Ho effettuato delle ricerche sul comportamento violento degli animali e degli uomini. Mentre gli altri andavano nei bar ad ubriacarsi o andare dietro alle donne, io, già da liceale ed allievo poliziotto, mi sedevo con un bicchiere di succo d’arancia e un blocco per appunti in locali nei quali avvenivano spesso risse, per poter osservare il comportamento maschile di “difesa del territorio”. […] Nel corso dei miei studi, mi sono imbattuto spesso in rituali che risalgono a migliaia di anni fa e che qualsiasi combattente da strada conosce inconsciamente. Questi rituali atavici determinano il decorso immutabile della maggior parte gli scontri fisici. Conoscerli significa conoscere se stessi gli altri”.

Il lavoro di KernSpecht descrive soprattutto quel tipo di aggressione che deriva dall’incontro di certi macho da birreria che, sembra di capire, in Germania sono piuttosto frequenti.

Secondo KernSpecht un’aggressione di questo tipo (tipica situazione da bar) si svolge secondo quattro tipiche fasi rituali:

1 – La fase visuale.
Per esempio ti trovi in un bar e il tuo sguardo si fissa su un tipo seduto al tavolo di fronte. L’occhiata dura qualche decimo di secondo di troppo e, di conseguenza, quello si alza e ti rivolge la solita domanda “Che hai da guardarmi? Ci conosciamo? Sei forse finocchio?…“. e ti ritrovi automaticamente nel secondo livello dell’escalation, perché sei sorpreso e non ti vengono in mente parole adeguate.

2 – La fase verbale (l’intervista).
Se adesso non escogiti subito qualcosa per placare la situazione (“Scusa, ti ho scambiato per un altro…“) il copione potrebbe proseguire così: “ma io… mica ti stavo guardando…” ti accorgi di aver paura, la voce diventa sottile e balbettante. Intanto l’altro si avvicina minaccioso “Str…o! Mi prendi per il culo? Che c…o avevi da guardarmi?…” Avvicinandosi diventa ad ogni parola più furioso: le vene si gonfiano, il mento si abbassa, le pupille si dilatano e si muovono a destra e a sinistra freneticamente.

3 – La fase delle spinte e delle prese.
“Vuoi in po’ di botte? Ma io ti rompo il cu..o!!…”
Senti l’odore del suo alito, ormai vicinissimo, sei come paralizzato davanti a questo immotivato scoppio di violenza. L’individuo di fronte è paonazzo, gonfio di adrenalina, quasi non sentite più i suoi insulti perché ha cominciato a spintonarvi, provi a dire qualcosa ed indietreggi mentre quello continua a spingerti, ancora una spinta che ti fa sbattere contro la parete. Non puoi più tornare indietro, lo scontro fisico è inevitabile.

4 – Atto finale.
Arriva il primo schiaffo, poi un altro. Non ha il coraggio di alzare le braccia per paura di peggiorare le cose ma subito arriva una testata in faccia, poi una ginocchiata, un pugno. Crolli a terra, mentre l’altro infierisce a calci, prima di andarsene. Tutta la scena è durata meno di venti secondi.

Si può obiettare che questa descrizione sembra riferirsi ad un’unica tipologia di aggressore, quella del balordo che cerca la violenza per il solo gusto di farlo.

Ovviamente questo non è l’unico tipo di aggressore possibile e forse nemmeno il più probabile.

Le aggressioni avvengono, oltre che per la pura ricerca della violenza, per rapina, per rancore, per motivazioni politiche, per stupro, e altro ancora.

In realtà ci sono molti tipi di aggressore e ognuno usa un rituale diverso prima di colpire, questo perchè il suo scopo è diverso, violenza sessuale, rapina, aggressione, sadismo.

Il rapinatore da strada, lo scippatore, adottano un rituale “coperto” che prevede nelle prime fasi la scelta del luogo propizio, l’individuazione delle persone più vulnerabili e appetibili e solo dopo passa alle fasi successive, che possono prevedere tanto un'”intervista” verbale (con lo scopo di distrarre la vittima o intimidirla), tanto un attacco improvviso senza alcun preliminare.

Considera poi che non agiscono da soli e se sono soli sono sicuramente armati di un’arma per usarla come minaccia.

Questi malviventi non operano in modo plateale come il balordo descritto da KernSpecht, ma agiscono in modo subdolo usando l’inganno e sfruttando la vulnerabilità, psicologica o ambientale, della vittima.

La fase verbale (intervista) di un rapinatore, di uno stupratore, può essere gentile nella forma, apparentemente casuale nei modi e nel pretesto: “Scusa, sai dirmi l’ora?…”, “Hai da accendere?…”

Ma non è così!!

Si tratta di un approccio “esplorativo“, per capire se la vittima è mentalmente impreparata a reagire (in gergo “codice bianco”), oppure per provocare un calo di attenzione da parte della vittima scelta in modo da avere le massime chance di successo.

La fase delle spinte e le minacce può verificarsi subito dopo in modo improvviso e violento: “fuori i soldi…Subito!!” “dammi il portafoglio o t’ammazzo!!…”

Questa improvvisa esplosione di violenza ha lo scopo di provocare la paralisi da adrenalina nella vittima: la sorpresa, l’improvvisa e brutale percezione del pericolo, provoca quasi sempre l’incapacità di reazione da parte di chi la subisce.

Secondo Geoff Thompson, tanto maggiore è il crimine, tanto più è elaborato l’inganno in cui l’aggressore trae la sua vittima.

Ad un estremo Thompson riporta il caso di un serial killer, John Cannan, il quale inviava alle sue vittime designate (solitamente donne) mazzi di fiori, champagne e inviti a cena, prima di stuprarle e ucciderle.

All’altro estremo, invece si collocano i balordi descritti da KernSpecht, personaggi incapaci di elaborare simili raffinatezze,  i quali manifestano la loro carica di violenza fin dal primo momento.

L’unico aspetto che accomuna tutti i tipi di aggressione è la progressiva riduzione della distanza, psicologica e fisica, da parte del malintenzionato.

Qualunque sia il metodo impiegato, una “intervista” verbale roboante e minacciosa oppure un approccio educato e pretestuoso, il malvivente vuole e cerca di arrivarti vicino senza che ve ne accorgiate troppo.

Lo scopo della cosiddetta fase verbale consiste proprio nell’occuparvi la mente a cercare risposte sensate a quanto vi viene detto in quel momento e mentre sei così occupato, è molto facile che non vi accorgiate che l’aggressore ti è arrivato vicino, molto vicino.

A questo punto difendersi diventa molto difficile, perchè un attacco improvviso non ti dà il tempo di reagire.

Sempre secondo Geoff Thompson, il rituale di attacco di un delinquente abituale segue un copione abbastanza riconoscibile, in cui compaiono gli ingredienti esemplificati nelle quattro “D”: “Dialogue – Deception – Distraction – Destruction” (Dialogare, Ingannare, Distrarre, Distruggere) i quali implicano tanto il linguaggio “della strada”, quanto il linguaggio del corpo.

Un picchiatore abituale molto spesso dirà alla sua vittima una frase del tipo “Non voglio litigare…“, quindi attaccherà in modo improvviso e feroce, mettendo il malcapitato KO in un attimo, si hai capito bene farà finta di fare pace.

Ancora una volta, l’attenzione deve essere principalmente sul mantenimento della distanza.

Se l’altro dice “Non  voglio guai…” e resta dove si trova o si allontana, probabilmente la minaccia non è così grave. Ma se quello vi dice “Non voglio litigare…” o frasi di questo tipo e viene verso di te, dovete mettervi in allarme rosso e prepararvi al peggio.

Un mio consiglio, scappa o attacca per primo immediatamente!!

Insomma, leggendo queste righe è facile che ti sei fatti l’idea che l’aggressore da strada moderno è un codardo senza onore e regole.

SI!!

In effetti è così, nel senso che quasi mai ci si imbatte in un avversario che vi sfida ad un duello con onore.

Se possibile, l’aggressore ti colpirà alle spalle o se si trova faccia a faccia con te, cercherà di colpirti con l’inganno.

I delinquenti abituali, come rapinatori, stupratori e scippatori, non fanno eccezione ed adottano anche loro un rituale di attacco largamente basato sulla dissimulazione.

Ecco un esempio tipico:

Viene scelto il luogo propizio, un ambiente isolato oppure al contrario un luogo di forte transito, come un centro commerciale o una via di negozi.

Qui viene esplorato l’ambiente alla ricerca di una vittima, ovvero una di quelle persone in “codice bianco”, oppure in stato di svantaggio fisico o ambientale.

Se il luogo lo consente, l’attacco avviene immediatamente, altrimenti il malvivente segue la sua vittima (stalking) fino a che il bersaglio non aumenti la propria vulnerabilità mentale o ambientale, per esempio entrando in un parcheggio deserto o una strada poco frequentata.

Se la vittima vene seguita da un centro commerciale al parcheggio, spesso l’aggressore aspetta che cominci a mettere la spesa nel bagagliaio dell’auto, oppure attacca quando cerca di entrarvi.

Infatti è proprio in uno di questi momenti che anche persone solitamente attente abbassano la guardia.

A questo punto, una volta acquisito il vantaggio ambientale e se l’aggressore lo ritiene necessario, può aver luogo la cosiddetta “intervista” il cui unico scopo è come sempre valutare meglio la vittima e sviarne l’attenzione prima del repentino attacco.

E’ in questa fase che una lettura del linguaggio del corpo può far presagire l’imminenza di un attacco.

Nemmeno gli aggressori più incalliti, infatti, riescono a dissimulare completamente gli effetti dell’adrenalina sul loro corpo:

  • un leggero pallore,
  • le pupille dilatate e mobili per contrastare l’effetto tunnel,
  • un leggero tremore,

Ti devono mettere sull’avviso che sta per succedere una aggressione.

In alcuni casi, se il malvivente si accorge che la sorpresa è fallita, e l’altro è sul chi va là, può anche  interrompere il suo rituale di attacco e rinunciare cercando una vittima più vulnerabile.

Terminata la fase di avvicinamento, il bandito può decidere di attaccare oppure limitarsi a minacciare la sua vittima. Spesso il rapinatore si limita a minacciare verbalmente, sottolineando la minaccia con un’arma e/o la presenza di complici.

La speranza del malvivente è quella che la paralisi da adrenalina, che quasi sempre attanaglia la vittima, sia sufficiente a concludere l’azione.

In questi casi, la minaccia viene reiterata con maggiore aggressività provocando nella vittima ulteriore shock adrenalinico.

In altri casi, invece, il rapinatore colpisce intenzionalmente, a volte senza eccessiva ferocia, al solo scopo di terrorizzare ulteriormente, a volte brutalmente, allo scopo di stordire la vittima, in modo da “alleggerirla” con comodo.

Quindi di fronte ad un comportamento così subdolo ed ingannevole diventa di fondamentale importanza l’abilità nel leggere il linguaggio del corpo dell’avversario, per indovinare i segni premonitori in un rituale di attacco.

Riassumiamo qui i più importanti:

Pupille dilatate e mobili.

Anche i delinquenti abituali sperimentano prima dell’attacco, un certo rilascio di adrenalina nel sangue.

Questo comporta nella loro percezione visiva un fenomeno noto come “effetto tunnel“, ovvero la perdita della visione periferica.

Tale effetto comporta la necessità di muovere gli occhi a destra e a sinistra per poter percepire l’eventuale arrivo sulla scena di testimoni, poliziotti, o altre “turbative”.

Altre manifestazioni adrenaliniche

Come ti ho già detto questi effetti sono difficilmente dissimulabili anche da parte di persone abituate alla violenza.

Nell’imminenza di un attacco, è probabile che si manifesti, oltre alla dilatazione delle pupille,  pallore al viso, mimica facciale inespressiva e tesa e una leggera rigidità nei movimenti, nel tentativo di nascondere il tremito da adrenalina delle mani o delle braccia.

Anche la voce può subire alterazioni, ed è probabile che subito prima di colpire, l’altro ammutolisca improvvisamente o risponda a monosillabi.

 

Nascondere le mani

Se l’aggressore porta con sé un’arma, cercherà di tenerla nascosta fino all’ultimo momento e in questo caso la mano che impugna l’arma sarà nascosta, in tasca o dietro la schiena.

Quindi, se una o entrambe le mani dell’altro non sono visibile fai attenzione.

Alcuni aggressori non  nascondono le mani, ma ruotano il palmo all’indietro in modo da nascondere un coltello, oppure, sempre allo stesso scopo,  tengono la mano armata vicino alla coscia per nascondere la lama.

Come si vede, quindi, non c’è un solo rituale.

Conoscere questi rituali anche solo a grandi linee è un elemento fondamentale se si vuole organizzare un programma di prevenzione personale che abbia un minimo di efficacia ma conoscere i rituali serve soprattutto se si è in grado di riconoscerli nelle primissime fasi, quindi a non farti cogliere di sorpresa anzi anticipare tu attaccando o scappando.

Anche se si riesce ad evitare di porsi in situazioni di svantaggio ambientale, può capitare di trovarsi invischiati in qualche situazione a rischio, rappresentata dalle fasi visuali e verbali di cui abbiamo parlato in precedenza magari perchè hai discusso un tuo amico o la tua fidanzata, ecc.

In situazioni di questo tipo, nella maggior parte dei casi è possibile tirarsi fuori da queste situazioni adottando tempestivamente tecniche di de-escalation, di gestione della distanza o accorgimenti posturali che fanno capire, nella logica di un messaggio assertivo, ad un potenziale aggressore, che “non è il caso” di procedere oltre.

Se non si riesce, ed è probabile che questo avvenga visto il pochissimo tempo a disposizione per agire, l’unica alternativa al subire un pestaggio o una rapina, potrebbe essere una reazione immediata e violenta, devi fare uscire il tuo lato più “basso”.

In questo caso, però, non puoi tornare più indietro e nulla è più certo, l’unica cosa che devi pensare è portare a casa la tua pelle.

Andrea

 

La Spagna contrasta la violenza sulle donne e fa sul serio.

La Spagna fa sul serio contro la violenza di genere firmando un «patto di Stato» che la stampa del paese definisce storico e che è destinato a fare da riferimento per molti altri paesi.

Ora perchè questo articolo, come tu sai se segui il blog l’attenzione al tema della violenza sulle donne e sulla difesa personale femminile è qualcosa che viene trattato con molta attenzione.

Lo so che questo non basta e che non sono poche righe su un blog a eliminare il problema ma voglio comunque fare la mia parte e aiutare il più possibile le persone a sensibilizzarsi su questo tema perchè anche in Italia è necessario costruire delle vere strutture e leggi adatte a fermare le forme di violenza di genere.

Se sei una donna, una ragazza che per fortuna non ha questo tipo di problema non restare indifferente, ma aiuta le persone che non hanno la tua fortuna e diffondi queste informazioni, parlane nei luoghi che frequenti e sensibilizza le persone.

Questo paese ha bisogno di fare dei passi avanti importanti su questo tema, e molta più attenzione da parte di tutti, privati cittadini e istituzioni che spesso non prestano una reale attenzione al tema.

Partiamo dalla cifra messa a disposizione dal governo spagnolo per questo: “un miliardo di euro da spendere nei prossimi cinque anni per cominciare a mettere in pratica quel che adesso è soltanto sulla carta”.

Un miliardo. Si hai capito bene.

Tantissimi soldi, soprattutto se visti dalle cifre spacchettate e ben più modeste dedicate qui da noi al contrasto della violenza di genere. Voglio farti capire meglio, trentuno milioni ripartiti (tre mesi fa) fra tutte le Regioni come «fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità» per gli anni 2017/2018.

Il testo della legge spagnola prevede inoltre 200 nuove misure e fra queste ce n’è una che riguarda la lotta alla «violenza maschilista già nella scuola».

L’intenzione è puntare sull’educazione e un cambio culturale per fare in modo che a tutti i livelli d’istruzione si promuovano «i valori egualitari e la prevenzione di comportamenti violenti».

Anche nel nostro piano nazionale antiviolenza del 2015 si è parlato di prevenzione a partire dalle scuole ma non si è mai ragionato sull’obbligatorietà di quell’indicazione che, di fatto, è rimasta sulla carta.

Eventualità che forse gli spagnoli eviteranno avendo previsto una rigidissima road map per applicare il patto di Stato e controllare se e come funziona.

Molti giornali spagnoli dicono che la violenza di genere è «una delle peggiori piaghe del Paese», con 32 donne uccise dall’inizio dell’anno. Da noi in Italia, con l’omicidio di ieri, ne abbiamo contate 45 nel 2017.

E questo non esclude tutte le forme di violenza che non portano a un omicidio ma che comunque rovinano la vita delle persone e sono tantissime.

Chi lavora nelle istituzione dovrebbe immediatamente studiare il lavoro fatto perchè non è più tollerabile che su certe tematiche l’attenzione sia solo uno spot elettorale o di forma.

Non restare indifferente.

Andrea

Nella difesa personale la tecnica può essere inutile senza un training psicologico

Nella difesa personale la tecnica può essere inutile senza un training psicologico perchè lo stato emotivo di una aggressione o una minaccia che arriva in un momento qualunque della tua giornata può nonostante la tua preparazione portare a bloccarti o a non mettere il giusto livello di aggressività o sottovalutazione del pericolo.

Oggi se cerchi nel web, nelle bacheche e negli annunci su internet è pieno di corsi di difesa personale che ti promettono in poco tempo di apprendere tecniche di difesa in caso di aggressione.

Tu hai mai imparato qualcosa di estremamente complesso e con variabili praticamente infinite in poco tempo?.

Ecco, ti stanno promettendo quello! E sai la cosa peggiore? Senza conoscerti.

Se vuoi crederci sei libero/a di farlo, ma sai perchè fanno quello?. perchè fortunatamente le possibilità che tu venga aggredito/a sono molto basse e magari anche se avrai questa sfortuna sarà passato tanto tempo, non ti sei più allenato/a e quindi ti sei dimenticato/a quello che avevi imparato non pensando che forse non è colpa tua, ma di quel metodo formativo assurdo e inutile basato su un mix ti tecniche prese qua e là, decontestualizzate e senza un “contatto” diretto con la realtà.

L’apprendimento di tecniche di autodifesa è sostanzialmente inutile se non è sostenuto da un adeguato training psicologico.

Non è sufficiente allenarsi in un corso di difesa personale per essere in grado di affrontare un aggressore per strada.

L’esperimento marziale della Rocky Mountain Combat Application Training (RMCAT), con sede in Colorado nonostante la limitazione del test è stato uno dei primi approcci scientifici a sostegno di questa tesi.

Ora voglio fare assolutamente una premessa, non significa che questo esperimento fornisce una verità assoluta, non è così ma offre comunque degli spunti di riflessione utili che sono importanti in un conflitto contro un aggressore e anche se presenta molte criticità è comunque un lavoro che consiglio di praticare anche nelle palestre con le dovute protezioni per capire esattamente che cosa significa e non scrivere stupidi commenti senza aver provato test di questo tipo.

Ora per tornare sull’ esperimento, la dinamica del test consisteva nel ricreare alcune situazioni in cui alcuni volontari esperti di diverse arti marziali vengono messi a turno davanti ad un “picchiatore da strada”.

Quest’ultimo portava una maschera per non essere riconosciuto e il suo compito era quello di procedere con insulti e minacce e i marzialisti non potevano peró fare nulla fino a quando il balordo non avesse tentato di attaccarli.

Ora già da questo potete capire che si parte da una condizione di svantaggio perchè non puoi anticipare l’aggressore, ma .. non è proprio così come lo raccontano perchè sei tu che devi fare “il tuo lavoro”.

I risultati del test sono stati sconcertanti: la maggior parte dei volontari non ha saputo gestire la tensione psicologica causata dalla rabbia, prima verbale e poi fisica, del soggetto in maschera.

Quasi tutti sono stati sopraffatti dal picchiatore da strada, non riuscendo per nulla a mettere in pratica i principi e le tecniche della loro arte marziale.

Come se non bastasse, i volontari non erano pivelli alle prime armi: si trattava di cinture nere, istruttori e maestri.

La conclusione della Rocky Mountain Combat Application Training (RMCAT): le arti marziali non sono efficaci nella difesa personale. Ora considerate che dietro questo test c’è anche molto marketing ma anche molti punti di spunto e riflessione.

La conclusione è esagerta nel senso che non è l’arte marziale in se ma la non abitudine a operare in un determinato contesto e su dinamiche differenti e quindi tu se pratichi arti marziali dovresti testare una situazione “critica”. Il “picchiatore mascherato dell’esperimento”, oltre appunto alla maschera, era bardato di protezioni su tutto il corpo perché i marzialisti dovevano essere lasciati liberi di essere più efficaci possibili senza limitarsi.

Dunque i ragazzi del test sapevano a cosa andavano incontro ma avevano tutti anche un grosso limite, non sapevano quando sarebbero stati attaccati durante il diverbio verbale e non potevano attaccare fino a quando l’aggressore partiva.

Questo svantaggio non è poco, ma se non adotti una corretta posizione difensiva diventa difficile riuscire a resistere a un assalto furioso e aggressivo perchè lo stai subendo visto che non puoi partire per primo.

Altre critiche sull’esperimento come il peso dell’aggressore, le sue capacità, ecc. non hanno senso perchè sono delle variabili che devi tenere in conto per la strada, è uno sconosciuto che può essere un cretino come un esperto, ma comunque l’esperimento consisteva anche in questo e se si tratta di un esperimento di difesa personale seppur con delle limitazioni le regole stanno a zero.

Ps. Nella mia formazione e nel mio metodo ci sono dei protocolli di qualificazione periodici dove si fanno simulazioni molto provanti come su scariche di pugni e calci perchè servono sia per te che lo subisci per non spaventarti e sapere come reagire che quando fai l’aggressore per portare un attacco senza pietà (attenzione caschetto e protezioni complete).

  • Test1 – Discussione verbale contro uno ma devi aspettare che attacca
  • Test2 – Discussione verbale contro uno ma puoi partire quando vuoi
  • Test3 – Discussione verbale contro due ma devi aspettare che attacca
  • Test4 – Discussione verbale contro due ma puoi partire quando vuoi
  • Test5 – 30Kg di differenza
  • Test6 – 3 contro 1
  • Test7 – Bastone contro mano nuda
  • Test8 – Knife o bottiglia contro mano nuda
  • Test9 – Minaccia da arma da fuoco
  • Test10 – Contesto variabile (luogo, luce, clima, abbigliamento, ecc)

ps. Questi sono solo alcuni aspetti di test che sono necessari per iniziare a comprendere alcuni meccanismi. All’inizio sbaglierai ma ogni errore è una lezione importante è in un ambiente controllato puoi sbagliare e imparare da questi errori.

Da questo esperimento si deducano alcune cose:

  1. Chi parte per primo ha un grosso vantaggio.
  2. La variabile psicologica dove le arti marziali non sono pronte a gestire gli insulti e le minacce vere e aggressive di un “uomo della strada” che li distrae dal vero pericolo.
  3. Che anche se le arti marziali le sapacciano come semplici non è facile usare colpi “scorretti” ai genitali, agli occhi e alla gola, per essere efficaci richiedono una precisione importante.

Non basta girare armati, apprendere un’arte marziale, aver frequentato un corso di autodifesa per poter dire “mi so difendere“.

Chi dice così, semplicemente, non si è mai trovato veramente nei guai e sta coltivando pericolose e false sicurezze.

Non basta allenarsi duramente, magari per anni, a tirare pugni e calci ad una sacco, o fare sparring con i compagni in palestra.

Non basta nemmeno munirsi di armi varie (legali o meno) per essere in grado di difendersi.

Perché quando si affronta la realtà, magari rappresentata da un vero picchiatore da strada o da un bandito armato, lo scenario per il quale credevamo di essere preparati, cambia totalmente.

Il problema non sono le tue capacità tecniche ma le tue capacità psicologiche!.

E così leggiamo i casi di istruttori di arti marziali, o comunque di praticanti avanzati, come cinture nere o simili, i quali nel momento della verità, magari nel sottopassaggio della stazione, hanno sperimentato un’umiliante incapacità di reagire efficacemente e subendo l’aggressione.

Ripeto! Il problema non era la loro conoscenza tecnica ma la loro preparazione psicologica.

Negli storici di aggressioni le performance di alcuni portatori di armi sono risultate inutili:

  • Qualcuno è riuscito a spararsi su un piede nel convulso tentativo di tirare fuori l’arma.
  • Certi portatori di coltello, o di spray accecante, nemmeno sono riusciti a estrarre dalla tasca il marchingegno, disorientati e shockati com’erano.
  • Alcuni sotto l’effetto del panico, si sono addirittura dimenticati di averlo appresso, salvo ricordarsene a cose finite…

Cos’è successo quindi?, perché persone tecnicamente preparate a difendersi (almeno sulla carta) hanno dato una prova così deludente?.

La risposta è complessa e risiede sia nell’aspetto “cognitivo” che in quello psicofisico e caratteriale della vittima.

Un esempio di qualche settimana fa, durante un incontro di Muay Thai uno dei due fighter ha colpito da dietro alle spalle l’avversario in maniera lecita ma anti sportiva, uno spettatore è salito e ha aggredito il fighter che ha avuto una reazione scomposta, sorpresa, impaurita eppure si trattava di un fighter ancora pieno di carica adrenalinica e che sa combattere, eppure la sua reazione è stata di sorpresa, remissiva, ha subito l’aggressore e solo l’intervento dell’angolo e della sicurezza ha stoppato l’azione dello spettatore. Eppure si trattava di un fighter preparato, ma non ha un contesto improvviso, non abituale e senza regole. Sicuramente se ora ricapitasse sarebbe diverso, ma .. non ricapiterà o molto difficilmente.

Per quanto riguarda il problema cognitivo, il più delle volte è mancata la conoscenza dei rituali di attacco del combattente da strada e il fattore sorpresa ha giocato a sfavore della vittima.
In palestra, difficilmente vengono affrontati questi argomenti: prima di un combattimento ci si saluta, a volte ci si da la mano, poi inizia un duello leale, con tanto di regole ed un arbitro che garantisce sul loro rispetto.

Per strada non è così. La prima regola è che non ci sono regole e poi il rituale che porta allo scontro il più delle volte è coperto, subdolo.

Se non conosci questo rituale, ti trovi a chiederti se quello ha veramente intenzione di attaccarti, e mentre te lo chiedi ti arriva un pugno in faccia che ti stende.

Nelle palestre, così come nei corsi di autodifesa, troppo spesso si allenano le persone a reagire all’aspetto “fisico” dell’aggressione. L’istruttore dirà “Ecco, lui ti afferra così, tu ti giri e colpisci con il gomito…ecc.”, per fare un esempio.

Tecnicamente sono informazioni che ti servono e che vanno allenate, anche se nel mio metodi di allenamento non utilizzo pacchetti preconfezionati perchè quello che serve sono degli skills che devono adattarsi alla situzione ed è per questo che non esiste una tecnica singola di risposta a un deterninato tipo di aggressione, non può essere così perchè anche qui devi imparare ad adattarti al contesto.

Il problema è quello di agire prima di dover reagire e ciò è possibile solo giocando d’anticipo, capendo al volo che tipo di avversario vi trovate di fronte ed in che modo agirà.

Quando ti trovi dentro una aggressione forse è già troppo tardi e ti spiego perchè.

Purtroppo, nessun delinquente ti attaccherà cercando di darti il vantaggio del tempo di reagire o capire cosa sta per succedere. Il suo attacco sarà sempre subdolo, mascherato, vigliacco, proprio per sorprenderti.

Per fare questo ricorrerà alla sorpresa e per avere la sorpresa dalla sua parte, ricorrerà all’inganno.

Per questo un ruolo importantissimo è dato dalla lettura ed interpretazione del linguaggio del corpo, l’unico in grado di darci indizi attendibili sulle vere intenzioni dell’altro.

L’incapacità di riconoscere i segni premonitori di un attacco, farà sì che la vittima, magari reduce da mesi di allenamento in palestra, si trovi KO ancora prima di realizzare che l’aggressione è in corso.

Un’altro aspetto fondamentale è la sostanziale impreparazione delle maggior parte delle persone nel fronteggiare le reazioni psicofisiche legate alla paura.

Vivere al riparo della società civile, o almeno nella presunzione che sia così, ha di fatto ridotto la tua abitudine a fare i conti con questa emozione primaria. Il risultato è che, quando ci imbattiamo in situazioni di pericolo, non abbiamo più schemi adeguati per farvi fronte.

Allora è normale sperimentare paralisi e indecisioni che possono risultare disastrose quando, invece, sarebbero richieste reazioni immediate e risolutive, con un livello di violenza incredibile o una fuga immediata se possibile, come fanno gli animali.

Le persone che cadono vittime degli eventi, facilmente rimangono disorientate e bloccate a causa dei sintomi fisiologici che si accompagnano alla paura intensa:

  • dispnea,
  • tremori,
  • tachicardia,
  • secchezza delle mucose,
  • limitazioni del capo visivo (il cosiddetto “effetto tunnel”),
  • rigidità dei movimenti,
  • fino alla paralisi,
  • ecc.

Addestrare una persona a combattere la paura è qualcosa di complicato perché ognuno di noi reagisce in modo diverso alle diverse situazioni di pericolo e perché ognuno di noi ha una soglia di sopportazione diversa rispetto agli eventi stressanti.

Ci sono persone che precipitano nel panico di fronte a stress moderati, come il parlare in pubblico, o chiedere il numero a una ragazza e che poi sembrano reagire con freddezza a situazioni di rischio estremo.

Che si tratta di incoscienza o sottovalutazione del pericolo quello che conta è la corretta risposta che permette di salvarti la vita.

La complicazione maggiore è data dal fatto che per imparare a vincere la paura l’unico mezzo realmente valido è… provare paura più e più volte, in modo da diminuire la tua sensibilità verso quest’emozione primaria. Una sorta di “vaccinazione”, quindi, che passa attraverso la presa di coscienza delle nostre reazioni di fronte al pericolo.

Va da sé che è praticamente impossibile riprodurre in un corso di autodifesa la situazione di stress emotivo che si genera durante un’aggressione, senza far correre seri rischi all’allievo.
L’addestramento a vincere la paura rappresenta quindi una delle sfide più ardue per chi si occupa di formare le persone all’autodifesa.

Un’altro aspetto importante è quello legato agli aspetti caratteriali ed educativi della persona.

In questo senso, il combattente da strada ha caratteristiche ben precise e non possederle rappresenta uno svantaggio incolmabile, quando si deve combattere per la vita.

E’ inutile possedere un’arma, avere il miglior addestramento tecnico, sapere controllare la paura se poi, al momento della verità, esiterete perché non vuoi fare male o vi ripugna storpiarlo e ferirlo gravemente, vedere schizzare il sangue dal naso del vostro avversario, vi fa ribrezzo l’idea di infilargli un dito in un occhio per cavarglielo oppure rompergli un braccio.

Purtroppo, un protocollo di autodifesa efficace, specialmente quando esiste un forte divario di forze come nell’autodifesa femminile, prevede quasi esclusivamente tecniche “sporche” che richiedono l’uso di una violenza, di fare cose che vanno al di là della concezione della maggior parte delle perosone.

Saper coltivare nell’allievo un’aggressività feroce e priva di inibizioni, il cosiddetto “killer instinct“, è il compito più difficile e delicato di un istruttore perchè non si tratta di qualcosa di fisico e tecnico ma di una modifica e adattameto psicologico al contesto che deve avvenire in un istante una volta che è “sentito” il segnale rosso.

Solitamente questa tipologia di formazione viene data a gruppi e reparti militari.

Ora non si tratta di trasformare persone miti e socievoli in assassini abbruttiti, ma si tratta di far sì che l’allievo sappia scatenare la propria violenza in modo finalizzato, ovvero in un contesto in cui la sua sopravvivenza è a rischio.

Si tratta di riprogrammare la tua reazione quando viene stimolata da determinati imput esterni.

Come puoi intuire si tratta di un compito che richiede molta responsabilità, non per tutti, sempre in bilico tra il rischio di fornire un training troppo blando, superficiale e quello di trascendere, andare oltre con il rischio di creare nuovi e pericolosi disadattati sociali e psicologici.

Ora pocchissimi corsi di autodifesa sono in grado di fornire soluzioni convincenti per imparare a fare tutto questo, perchè richiedono delle competenze non comuni.

Alcuni istruttori sostengono di addestrare e non allenare. La differenza è evidente:

  • chi allena pensa ai muscoli e ai riflessi,
  • chi addestra pensa alle situazioni e alle circostanze.

Serve un mix ma più sbilanciato verso la seconda visto che si parla di difesa personale e non di combattimento sportivo.

In un caso o nell’altro quasi nessuno pensa alla singola persona e al suo personalissimo modo di rispondere alla paura, alla sua capacità di utilizzare al meglio le sue risorse oppure al suo rimanere interdetta e non riuscire a reagire. Per questo il ruolo dell’istruttore diventa fondamentale perchè deve riconoscere la singola persona e non una classe di allievi, perchè ognuno di loro ha una sua psicologia e reazione di fronte alla paura, alla cattiveria, alla violenza, ecc. e su ognuno è necessario costruire un percorso personalizzato.

Gli istruttori che continuano a credere di insegnare le loro tecniche per:

  • cavare occhi,
  • castrare a pedate stupratori usciti dall’ombra,
  • disarmare mani armate di coltello (aiuto!!!)
  • o di pistola (aiuto!!!),
  • ecc.

magari tendando e dicendo di rendere “realistico” il loro allenamento (o “addestramento” secondo i più convinti) inondando i loro allievi di adrenalina allo stato puro, ottenuta con ritmi forsennati o colpi sferrati a piena forza, gridandogli in faccia come se correre il rischio di rimanera con debito di ossigeno in palestra fosse lo stesso di una minaccia di coltello di uno sconosciuto davanti alla faccia dentro la metropolitana, o di un pestaggio in strada di due tossici, o di un “vero” stupro…

No, non è la stessa cosa e non lo sarà mai.

Il panico è una cosa seria, e non lo si otterrà mai in un contesto “amico”, dove tutti sono pronti ad aiutarti e pronti a soccorrerti nel caso in cui dovessi soccombere all’allenamento (o addestramento) “realistico”.

Nessuno è in grado di riprodurre in modo “legale” un contesto che sia lontanamente realistico in una palestra: ci vorrebbero le vie di uscita chiuse, nessuna protezione, un istruttore sadico che non interviene, e uno che gli stai veramente sulle palle che vuole fartela pagare o che vuole il tuo telefono, in pratica uno motivato a farti del male se non fai come vuole lui e in più questo deve avvenire quando non te lo aspetti in un giorno qualunque di lezione e in un punto qualsiasi (palestra, bagno, parcheggio, ecc) .

Allora forse si, che se ne esci vivo, tutto d’un pezzo e non definitivamente  traumatizzato, puoi dire che hai più o meno capito cosa succede, ma questa è qualcosa che non si può fare e significa farsi male.

Idealmente, un istruttore professionsta deve essere una specie di trainer in grado di rinforzare ed allenare anche gli stati emotivi e psicologici legati al combattimento e alle aggressioni che stanno sotto ai muscoli dell’allievo.

Anche questo fa parte dell’allenamento nella difesa personale.

Ci sono persone che hanno una reazione allo stress più accentuata di altri e che quindi hanno più difficoltà a gestire gli stati di paura.

Alcune persone sono da sempre vissute in un ambiente iperprotettivo e non hanno sviluppato un adeguato spirito di iniziativa. E’ naturale che persone così si trovino in difficoltà quando la situazione diventa critica, la capacità di improvvisazione e la mentalità di cavarsela da fuori può fare la differenza.

In ultimo, soprattutto se si tratta di difesa personale femminile o di soggetti che hanno una insicurezza cronica, o si sentono fisicamente poco prestanti, c’è un aspetto di fragilità ed insicurezza che rende più difficile a certe persone ad affermare il proprio diritto di esistere e di affermarsi nelle relazioni con gli altri.

Un allenamento “realistico” dovrebbe essere orientato a questi aspetti meno “muscolari” ma non meno essenziali, se l’obiettivo è formarti alla sopravvivenza.

Se stai facendo un corso dove non c’è questo tipo di formazione rischi di sprecare il tuo tempo e i tuoi soldi senza imparare realmente quello che ti serve se il tuo obiettivo è aumentare le possibilità di imparare a difenderti in caso di una aggressione da strada che ripeto non è lo sparring da palestra con i tuoi amici e compagni di allenamento.

Andrea

Il Blue Whale delle arti marziali

In questi giorni in Italia si sta parlando di questo macabro gioco chiamato Blue Whale che significa Balena Blu.

Blue Whale, è il gioco del suicidio che molto probabilmente non esiste, una storia vecchia che torna d’attualità in Italia a seguito del servizio fatto in tv da Le Iene. Ma più che una vicenda da «Internet cattiva» sembra una «fake news» rimbalzata e fatta rimbalzare sembra dal governo russo di Vladimir Putin.

Oltre ad avere maggiori dettagli su questo macabro rituale, il pubblico ha iniziato a cercare quali sono le 50 regole del “gioco” ma noi ce ne freghiamo di questo gioco perchè noi abbiamo la Blue Whale Marziale dove nessuno vuole farti suicidare ma al massimo rinunciare a completare questi 50 giorni di puro massacro mattutino.

  • Tu vuoi cedere?
  • Pensi di farcela?
  • Vuoi accettare la sfida?.

Questo approccio è pensato per te che sei un lavaratore e che credi di non avere mai tempo ma che allo stesso tempo vuoi dare un turbo alla tua preparazione con 50 giorni di allenamento mattutino da integrare al tuo allenamento marziale.

Questo gioco serve per farti fare allenamenti al mattino per 50 giorni e portare avanti la tua preparazione atletica con un doppio allenamento giornaliero, il blue whale e la tua arte marziale alla sera.

Questo approccio dopo 21 giorni ti farà cambiare le tue abitudini e vedrai il tuo modo di alimentarti e di allenarti con una nuova prospettiva.

Sentirai di non farcela?. Probabilmente si ma serve proprio a questo, ad andare oltre quelle che sono le tue credenze e la tua volontà.

Ps. Ho usato spesso come sveglia le 5,20 ma dipende dall’ora in cui vai a lavorare.

Ecco le regole del “gioco” Blue Whale marziale, 50 giorno no stop, devi iniziare il lunedì:

START!!

1- Fatti una foto a petto nudo e pantaloncini con scritto sul petto “il tuo peso in kg” e invia la foto al curatore (Allenatore) poi fai 5 round di corda e 60 flessioni.

2 – Alzatevi alle 5.20 del mattino e vai a correre con la compilation musicale che il curatore ti ha inviato direttamente, quando finisce la musica hai terminato l’allenamento.

3 – Alzati all’ora che preferisci e scriviti per 21 giorno di fila sulla mano con un pennarello, MANGIO SOLO PULITO!!. poi invia la foto al tuo allenatore ogni mattina. (questo ti serve per ricordarti ogni volta che prendi qualcosa da mangiare che devi mangiare pulito). Oggi ti riposi.

4 – Alzatevi alle 5.20 del mattino disegnate una kettlebell su un pezzo di carta e inviate una foto al curatore dopo aver fatto 5 round di corda e 100 kettlebell swing.

5 – Alzatevi alle 5.20 del mattino e se sei pronto a “diventare una balena” scriviti con un pennarello”yes” su entrambe le gamba e fai a corpo libero 500 squat.

6 – Alzatevi prima delle 9 , sfida misteriosa (questo allenamento ti sarà comunicato alle prima dell’allenamento). (oggi è Sabato)

7 – Alzati all’ora che vuoi e vai a camminare in un parco rilassato una ora e scriviti sulla mano con un pennarello MANGIO PULITO ANCHE DOMENICA!! e inviate una foto al curatore.

8 – Alzatevi alle 5.20 del mattino e vai a correre con la compilation musicale che il curatore ti ha inviato direttamente, quando finisce la musica hai terminato l’allenamento.

9 – Devi superare la tua paura, cerca un posto o qualcuno che ti insegna a fare la capriola senza mani in avanti.

10 – Devi svegliarti alle 5.20 del mattino e fare 10 round di corda e 100 flessioni.

11 – Devi svegliarti alle 5.20 del mattino e fare 3 round di corda e 100 trazioni alla sbarra e 100 squat.

12 – Guardate video di match di pugilato e sport da combattimento tutto il giorno (prenditi un giorno di ferie). Boxing, Muay Thai, MMA, ecc.

13 – Devi fare 15 riprese di allenamento al sacco da 3 minuti con un minuto di pausa.

14 – Pesati e dopo vai a fare una colazione in un posto rilassante, nella giornata fai un’ora di sacco o di vuoto.

15 – Alzatevi alle 5.20 del mattino e vai a correre con la compilation musicale che il curatore ti ha inviato direttamente, quando finisce la musica hai terminato l’allenamento.

16 – Alzati alle 5.20 del mattino e disegna una kettlebell su un pezzo di carta e inviate una foto al curatore dopo aver fatto 3 round di corda e 25 minuti di kettlebell swing (conta quante sei riuscito a farne in 25 minuti).

17 – Alzati alle 5.20 del mattino e fai 10 round di vuoto di pugilato o di Thai.

18 – Alzati alle 5.20 del mattino e fai 600 addominali.

19 – Riposati è venerdì.

20 – Il tuo allenatore controlla se sei affidabile a fate un allenamento insieme.

21 – Una conversazione “con una balena” (con un altro “giocatore” come te o con il tuo allenatore) con una videochiamata (oggi è domenica) e dopo fai un’ora di sacco nella giornata.

22 – Alzati, fai 100 flessioni e oggi devi fare almeno 50 piani a piedi, non prendete l’ascensore e andate su e giù dalle scale ovunque andate, devi fare 50 piani a piedi, se non avete scale cercale.

23 – Un’altra sfida misteriosa che ti dirà il tuo allenatore.

24 – Compito segreto che ti dirà il tuo allenatore.

25 – Alzatevi alle 5.20 del mattino, incontro di persona con una “balena” come te che sta facendo questo training per fare un allenamento libero insieme.

26 – L’allenatore ti dirà l’allenamento di oggi e dovrai accettarlo.

27 – Alzatevi alle 5.20 del mattino e vai in cima a una montagna fatti una foto e inviala al tuo curatore.

28 – Non parlate con nessuno per tutto il giorno prenditi una giornata solo per te, fai quello che ti piace, puoi concederti anche il tuo pasto preferito ma niente zuccheri. (oggi è domenica).

29 – Fate una registrazione vocale dove dici che sei pronto a uscire della balena, anche oggi ti devi riposare, da domani inizia il percorso di liberazione dalla balena.

dalla 30 alla 49 – Ogni giorno svegliatevi alle 5,20 del mattino, un giorno 3 round di corda poi 100 trazioni, 100 flessioni, 100 squat il giorno dopo invece 3 round di corda poi 100 Kettlebell Swing, 100 flessioni, 100 affondi alternati. (Questa sarà una dura prova). PS. per le trazioni se serve aiutati con degli elastici.

50 – Fatti una foto a petto nudo e pantaloncini con scritto sul petto “il tuo peso in kg” e invia la foto al curatore (Allenatore). Prendetevi la vostra vita.

FINISH!!

Ora il blue whale è un pretesto per trovare 50 giorni di allenamento, si tratta di un gioco che ha lo scopo di farti fare degli allenamenti extra e farti cambiare alcuni abitudini e credenze limitanti.

Si tratta solo di 50 giorni, pensi di farcela?.

Il lavoro riguarda essenzialmente un condizionamento fisico generale per portarti a un livello di preparazione successivo.

Come vedi non c’è nessun lavoro tecnico ma è pura preparazione atletica per te che lavori e per farti sfruttare le prime ore del mattino.

La prima regola del gioco imposta dai “curatori” è “stare zitti”. Nessuno deve sapere che stai facendo questo allenamento extra lo devono capire dai cambiamenti fisici.

Mi raccomando, attenzione al recupero, aiutati con qualche integratore!

Tutte le prove, una al giorno per 50 giorni, sono puro alleamento extra al di là delle tue sedute di arti marziali o sport da combattimento.

50 giorni no stop!!

Buon allenamento e liberati dalla balena blu.

Andrea

Ps. Anche se non sei un lavoratore lo puoi fare.

Pss. Ho creato un gruppo WhatsApp per giocare tutti insieme per 50 giorni chi vuole partecipare mi scriva, ogni due mesi parte una sessione.