La Spagna contrasta la violenza sulle donne e fa sul serio.

La Spagna fa sul serio contro la violenza di genere firmando un «patto di Stato» che la stampa del paese definisce storico e che è destinato a fare da riferimento per molti altri paesi.

Ora perchè questo articolo, come tu sai se segui il blog l’attenzione al tema della violenza sulle donne e sulla difesa personale femminile è qualcosa che viene trattato con molta attenzione.

Lo so che questo non basta e che non sono poche righe su un blog a eliminare il problema ma voglio comunque fare la mia parte e aiutare il più possibile le persone a sensibilizzarsi su questo tema perchè anche in Italia è necessario costruire delle vere strutture e leggi adatte a fermare le forme di violenza di genere.

Se sei una donna, una ragazza che per fortuna non ha questo tipo di problema non restare indifferente, ma aiuta le persone che non hanno la tua fortuna e diffondi queste informazioni, parlane nei luoghi che frequenti e sensibilizza le persone.

Questo paese ha bisogno di fare dei passi avanti importanti su questo tema, e molta più attenzione da parte di tutti, privati cittadini e istituzioni che spesso non prestano una reale attenzione al tema.

Partiamo dalla cifra messa a disposizione dal governo spagnolo per questo: “un miliardo di euro da spendere nei prossimi cinque anni per cominciare a mettere in pratica quel che adesso è soltanto sulla carta”.

Un miliardo. Si hai capito bene.

Tantissimi soldi, soprattutto se visti dalle cifre spacchettate e ben più modeste dedicate qui da noi al contrasto della violenza di genere. Voglio farti capire meglio, trentuno milioni ripartiti (tre mesi fa) fra tutte le Regioni come «fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità» per gli anni 2017/2018.

Il testo della legge spagnola prevede inoltre 200 nuove misure e fra queste ce n’è una che riguarda la lotta alla «violenza maschilista già nella scuola».

L’intenzione è puntare sull’educazione e un cambio culturale per fare in modo che a tutti i livelli d’istruzione si promuovano «i valori egualitari e la prevenzione di comportamenti violenti».

Anche nel nostro piano nazionale antiviolenza del 2015 si è parlato di prevenzione a partire dalle scuole ma non si è mai ragionato sull’obbligatorietà di quell’indicazione che, di fatto, è rimasta sulla carta.

Eventualità che forse gli spagnoli eviteranno avendo previsto una rigidissima road map per applicare il patto di Stato e controllare se e come funziona.

Molti giornali spagnoli dicono che la violenza di genere è «una delle peggiori piaghe del Paese», con 32 donne uccise dall’inizio dell’anno. Da noi in Italia, con l’omicidio di ieri, ne abbiamo contate 45 nel 2017.

E questo non esclude tutte le forme di violenza che non portano a un omicidio ma che comunque rovinano la vita delle persone e sono tantissime.

Chi lavora nelle istituzione dovrebbe immediatamente studiare il lavoro fatto perchè non è più tollerabile che su certe tematiche l’attenzione sia solo uno spot elettorale o di forma.

Non restare indifferente.

Andrea

Nella difesa personale la tecnica può essere inutile senza un training psicologico

Nella difesa personale la tecnica può essere inutile senza un training psicologico perchè lo stato emotivo di una aggressione o una minaccia che arriva in un momento qualunque della tua giornata può nonostante la tua preparazione portare a bloccarti o a non mettere il giusto livello di aggressività o sottovalutazione del pericolo.

Oggi se cerchi nel web, nelle bacheche e negli annunci su internet è pieno di corsi di difesa personale che ti promettono in poco tempo di apprendere tecniche di difesa in caso di aggressione.

Tu hai mai imparato qualcosa di estremamente complesso e con variabili praticamente infinite in poco tempo?.

Ecco, ti stanno promettendo quello! E sai la cosa peggiore? Senza conoscerti.

Se vuoi crederci sei libero/a di farlo, ma sai perchè fanno quello?. perchè fortunatamente le possibilità che tu venga aggredito/a sono molto basse e magari anche se avrai questa sfortuna sarà passato tanto tempo, non ti sei più allenato/a e quindi ti sei dimenticato/a quello che avevi imparato non pensando che forse non è colpa tua, ma di quel metodo formativo assurdo e inutile basato su un mix ti tecniche prese qua e là, decontestualizzate e senza un “contatto” diretto con la realtà.

L’apprendimento di tecniche di autodifesa è sostanzialmente inutile se non è sostenuto da un adeguato training psicologico.

Non è sufficiente allenarsi in un corso di difesa personale per essere in grado di affrontare un aggressore per strada.

L’esperimento marziale della Rocky Mountain Combat Application Training (RMCAT), con sede in Colorado nonostante la limitazione del test è stato uno dei primi approcci scientifici a sostegno di questa tesi.

Ora voglio fare assolutamente una premessa, non significa che questo esperimento fornisce una verità assoluta, non è così ma offre comunque degli spunti di riflessione utili che sono importanti in un conflitto contro un aggressore e anche se presenta molte criticità è comunque un lavoro che consiglio di praticare anche nelle palestre con le dovute protezioni per capire esattamente che cosa significa e non scrivere stupidi commenti senza aver provato test di questo tipo.

Ora per tornare sull’ esperimento, la dinamica del test consisteva nel ricreare alcune situazioni in cui alcuni volontari esperti di diverse arti marziali vengono messi a turno davanti ad un “picchiatore da strada”.

Quest’ultimo portava una maschera per non essere riconosciuto e il suo compito era quello di procedere con insulti e minacce e i marzialisti non potevano peró fare nulla fino a quando il balordo non avesse tentato di attaccarli.

Ora già da questo potete capire che si parte da una condizione di svantaggio perchè non puoi anticipare l’aggressore, ma .. non è proprio così come lo raccontano perchè sei tu che devi fare “il tuo lavoro”.

I risultati del test sono stati sconcertanti: la maggior parte dei volontari non ha saputo gestire la tensione psicologica causata dalla rabbia, prima verbale e poi fisica, del soggetto in maschera.

Quasi tutti sono stati sopraffatti dal picchiatore da strada, non riuscendo per nulla a mettere in pratica i principi e le tecniche della loro arte marziale.

Come se non bastasse, i volontari non erano pivelli alle prime armi: si trattava di cinture nere, istruttori e maestri.

La conclusione della Rocky Mountain Combat Application Training (RMCAT): le arti marziali non sono efficaci nella difesa personale. Ora considerate che dietro questo test c’è anche molto marketing ma anche molti punti di spunto e riflessione.

La conclusione è esagerta nel senso che non è l’arte marziale in se ma la non abitudine a operare in un determinato contesto e su dinamiche differenti e quindi tu se pratichi arti marziali dovresti testare una situazione “critica”. Il “picchiatore mascherato dell’esperimento”, oltre appunto alla maschera, era bardato di protezioni su tutto il corpo perché i marzialisti dovevano essere lasciati liberi di essere più efficaci possibili senza limitarsi.

Dunque i ragazzi del test sapevano a cosa andavano incontro ma avevano tutti anche un grosso limite, non sapevano quando sarebbero stati attaccati durante il diverbio verbale e non potevano attaccare fino a quando l’aggressore partiva.

Questo svantaggio non è poco, ma se non adotti una corretta posizione difensiva diventa difficile riuscire a resistere a un assalto furioso e aggressivo perchè lo stai subendo visto che non puoi partire per primo.

Altre critiche sull’esperimento come il peso dell’aggressore, le sue capacità, ecc. non hanno senso perchè sono delle variabili che devi tenere in conto per la strada, è uno sconosciuto che può essere un cretino come un esperto, ma comunque l’esperimento consisteva anche in questo e se si tratta di un esperimento di difesa personale seppur con delle limitazioni le regole stanno a zero.

Ps. Nella mia formazione e nel mio metodo ci sono dei protocolli di qualificazione periodici dove si fanno simulazioni molto provanti come su scariche di pugni e calci perchè servono sia per te che lo subisci per non spaventarti e sapere come reagire che quando fai l’aggressore per portare un attacco senza pietà (attenzione caschetto e protezioni complete).

  • Test1 – Discussione verbale contro uno ma devi aspettare che attacca
  • Test2 – Discussione verbale contro uno ma puoi partire quando vuoi
  • Test3 – Discussione verbale contro due ma devi aspettare che attacca
  • Test4 – Discussione verbale contro due ma puoi partire quando vuoi
  • Test5 – 30Kg di differenza
  • Test6 – 3 contro 1
  • Test7 – Bastone contro mano nuda
  • Test8 – Knife o bottiglia contro mano nuda
  • Test9 – Minaccia da arma da fuoco
  • Test10 – Contesto variabile (luogo, luce, clima, abbigliamento, ecc)

ps. Questi sono solo alcuni aspetti di test che sono necessari per iniziare a comprendere alcuni meccanismi. All’inizio sbaglierai ma ogni errore è una lezione importante è in un ambiente controllato puoi sbagliare e imparare da questi errori.

Da questo esperimento si deducano alcune cose:

  1. Chi parte per primo ha un grosso vantaggio.
  2. La variabile psicologica dove le arti marziali non sono pronte a gestire gli insulti e le minacce vere e aggressive di un “uomo della strada” che li distrae dal vero pericolo.
  3. Che anche se le arti marziali le sapacciano come semplici non è facile usare colpi “scorretti” ai genitali, agli occhi e alla gola, per essere efficaci richiedono una precisione importante.

Non basta girare armati, apprendere un’arte marziale, aver frequentato un corso di autodifesa per poter dire “mi so difendere“.

Chi dice così, semplicemente, non si è mai trovato veramente nei guai e sta coltivando pericolose e false sicurezze.

Non basta allenarsi duramente, magari per anni, a tirare pugni e calci ad una sacco, o fare sparring con i compagni in palestra.

Non basta nemmeno munirsi di armi varie (legali o meno) per essere in grado di difendersi.

Perché quando si affronta la realtà, magari rappresentata da un vero picchiatore da strada o da un bandito armato, lo scenario per il quale credevamo di essere preparati, cambia totalmente.

Il problema non sono le tue capacità tecniche ma le tue capacità psicologiche!.

E così leggiamo i casi di istruttori di arti marziali, o comunque di praticanti avanzati, come cinture nere o simili, i quali nel momento della verità, magari nel sottopassaggio della stazione, hanno sperimentato un’umiliante incapacità di reagire efficacemente e subendo l’aggressione.

Ripeto! Il problema non era la loro conoscenza tecnica ma la loro preparazione psicologica.

Negli storici di aggressioni le performance di alcuni portatori di armi sono risultate inutili:

  • Qualcuno è riuscito a spararsi su un piede nel convulso tentativo di tirare fuori l’arma.
  • Certi portatori di coltello, o di spray accecante, nemmeno sono riusciti a estrarre dalla tasca il marchingegno, disorientati e shockati com’erano.
  • Alcuni sotto l’effetto del panico, si sono addirittura dimenticati di averlo appresso, salvo ricordarsene a cose finite…

Cos’è successo quindi?, perché persone tecnicamente preparate a difendersi (almeno sulla carta) hanno dato una prova così deludente?.

La risposta è complessa e risiede sia nell’aspetto “cognitivo” che in quello psicofisico e caratteriale della vittima.

Un esempio di qualche settimana fa, durante un incontro di Muay Thai uno dei due fighter ha colpito da dietro alle spalle l’avversario in maniera lecita ma anti sportiva, uno spettatore è salito e ha aggredito il fighter che ha avuto una reazione scomposta, sorpresa, impaurita eppure si trattava di un fighter ancora pieno di carica adrenalinica e che sa combattere, eppure la sua reazione è stata di sorpresa, remissiva, ha subito l’aggressore e solo l’intervento dell’angolo e della sicurezza ha stoppato l’azione dello spettatore. Eppure si trattava di un fighter preparato, ma non ha un contesto improvviso, non abituale e senza regole. Sicuramente se ora ricapitasse sarebbe diverso, ma .. non ricapiterà o molto difficilmente.

Per quanto riguarda il problema cognitivo, il più delle volte è mancata la conoscenza dei rituali di attacco del combattente da strada e il fattore sorpresa ha giocato a sfavore della vittima.
In palestra, difficilmente vengono affrontati questi argomenti: prima di un combattimento ci si saluta, a volte ci si da la mano, poi inizia un duello leale, con tanto di regole ed un arbitro che garantisce sul loro rispetto.

Per strada non è così. La prima regola è che non ci sono regole e poi il rituale che porta allo scontro il più delle volte è coperto, subdolo.

Se non conosci questo rituale, ti trovi a chiederti se quello ha veramente intenzione di attaccarti, e mentre te lo chiedi ti arriva un pugno in faccia che ti stende.

Nelle palestre, così come nei corsi di autodifesa, troppo spesso si allenano le persone a reagire all’aspetto “fisico” dell’aggressione. L’istruttore dirà “Ecco, lui ti afferra così, tu ti giri e colpisci con il gomito…ecc.”, per fare un esempio.

Tecnicamente sono informazioni che ti servono e che vanno allenate, anche se nel mio metodi di allenamento non utilizzo pacchetti preconfezionati perchè quello che serve sono degli skills che devono adattarsi alla situzione ed è per questo che non esiste una tecnica singola di risposta a un deterninato tipo di aggressione, non può essere così perchè anche qui devi imparare ad adattarti al contesto.

Il problema è quello di agire prima di dover reagire e ciò è possibile solo giocando d’anticipo, capendo al volo che tipo di avversario vi trovate di fronte ed in che modo agirà.

Quando ti trovi dentro una aggressione forse è già troppo tardi e ti spiego perchè.

Purtroppo, nessun delinquente ti attaccherà cercando di darti il vantaggio del tempo di reagire o capire cosa sta per succedere. Il suo attacco sarà sempre subdolo, mascherato, vigliacco, proprio per sorprenderti.

Per fare questo ricorrerà alla sorpresa e per avere la sorpresa dalla sua parte, ricorrerà all’inganno.

Per questo un ruolo importantissimo è dato dalla lettura ed interpretazione del linguaggio del corpo, l’unico in grado di darci indizi attendibili sulle vere intenzioni dell’altro.

L’incapacità di riconoscere i segni premonitori di un attacco, farà sì che la vittima, magari reduce da mesi di allenamento in palestra, si trovi KO ancora prima di realizzare che l’aggressione è in corso.

Un’altro aspetto fondamentale è la sostanziale impreparazione delle maggior parte delle persone nel fronteggiare le reazioni psicofisiche legate alla paura.

Vivere al riparo della società civile, o almeno nella presunzione che sia così, ha di fatto ridotto la tua abitudine a fare i conti con questa emozione primaria. Il risultato è che, quando ci imbattiamo in situazioni di pericolo, non abbiamo più schemi adeguati per farvi fronte.

Allora è normale sperimentare paralisi e indecisioni che possono risultare disastrose quando, invece, sarebbero richieste reazioni immediate e risolutive, con un livello di violenza incredibile o una fuga immediata se possibile, come fanno gli animali.

Le persone che cadono vittime degli eventi, facilmente rimangono disorientate e bloccate a causa dei sintomi fisiologici che si accompagnano alla paura intensa:

  • dispnea,
  • tremori,
  • tachicardia,
  • secchezza delle mucose,
  • limitazioni del capo visivo (il cosiddetto “effetto tunnel”),
  • rigidità dei movimenti,
  • fino alla paralisi,
  • ecc.

Addestrare una persona a combattere la paura è qualcosa di complicato perché ognuno di noi reagisce in modo diverso alle diverse situazioni di pericolo e perché ognuno di noi ha una soglia di sopportazione diversa rispetto agli eventi stressanti.

Ci sono persone che precipitano nel panico di fronte a stress moderati, come il parlare in pubblico, o chiedere il numero a una ragazza e che poi sembrano reagire con freddezza a situazioni di rischio estremo.

Che si tratta di incoscienza o sottovalutazione del pericolo quello che conta è la corretta risposta che permette di salvarti la vita.

La complicazione maggiore è data dal fatto che per imparare a vincere la paura l’unico mezzo realmente valido è… provare paura più e più volte, in modo da diminuire la tua sensibilità verso quest’emozione primaria. Una sorta di “vaccinazione”, quindi, che passa attraverso la presa di coscienza delle nostre reazioni di fronte al pericolo.

Va da sé che è praticamente impossibile riprodurre in un corso di autodifesa la situazione di stress emotivo che si genera durante un’aggressione, senza far correre seri rischi all’allievo.
L’addestramento a vincere la paura rappresenta quindi una delle sfide più ardue per chi si occupa di formare le persone all’autodifesa.

Un’altro aspetto importante è quello legato agli aspetti caratteriali ed educativi della persona.

In questo senso, il combattente da strada ha caratteristiche ben precise e non possederle rappresenta uno svantaggio incolmabile, quando si deve combattere per la vita.

E’ inutile possedere un’arma, avere il miglior addestramento tecnico, sapere controllare la paura se poi, al momento della verità, esiterete perché non vuoi fare male o vi ripugna storpiarlo e ferirlo gravemente, vedere schizzare il sangue dal naso del vostro avversario, vi fa ribrezzo l’idea di infilargli un dito in un occhio per cavarglielo oppure rompergli un braccio.

Purtroppo, un protocollo di autodifesa efficace, specialmente quando esiste un forte divario di forze come nell’autodifesa femminile, prevede quasi esclusivamente tecniche “sporche” che richiedono l’uso di una violenza, di fare cose che vanno al di là della concezione della maggior parte delle perosone.

Saper coltivare nell’allievo un’aggressività feroce e priva di inibizioni, il cosiddetto “killer instinct“, è il compito più difficile e delicato di un istruttore perchè non si tratta di qualcosa di fisico e tecnico ma di una modifica e adattameto psicologico al contesto che deve avvenire in un istante una volta che è “sentito” il segnale rosso.

Solitamente questa tipologia di formazione viene data a gruppi e reparti militari.

Ora non si tratta di trasformare persone miti e socievoli in assassini abbruttiti, ma si tratta di far sì che l’allievo sappia scatenare la propria violenza in modo finalizzato, ovvero in un contesto in cui la sua sopravvivenza è a rischio.

Si tratta di riprogrammare la tua reazione quando viene stimolata da determinati imput esterni.

Come puoi intuire si tratta di un compito che richiede molta responsabilità, non per tutti, sempre in bilico tra il rischio di fornire un training troppo blando, superficiale e quello di trascendere, andare oltre con il rischio di creare nuovi e pericolosi disadattati sociali e psicologici.

Ora pocchissimi corsi di autodifesa sono in grado di fornire soluzioni convincenti per imparare a fare tutto questo, perchè richiedono delle competenze non comuni.

Alcuni istruttori sostengono di addestrare e non allenare. La differenza è evidente:

  • chi allena pensa ai muscoli e ai riflessi,
  • chi addestra pensa alle situazioni e alle circostanze.

Serve un mix ma più sbilanciato verso la seconda visto che si parla di difesa personale e non di combattimento sportivo.

In un caso o nell’altro quasi nessuno pensa alla singola persona e al suo personalissimo modo di rispondere alla paura, alla sua capacità di utilizzare al meglio le sue risorse oppure al suo rimanere interdetta e non riuscire a reagire. Per questo il ruolo dell’istruttore diventa fondamentale perchè deve riconoscere la singola persona e non una classe di allievi, perchè ognuno di loro ha una sua psicologia e reazione di fronte alla paura, alla cattiveria, alla violenza, ecc. e su ognuno è necessario costruire un percorso personalizzato.

Gli istruttori che continuano a credere di insegnare le loro tecniche per:

  • cavare occhi,
  • castrare a pedate stupratori usciti dall’ombra,
  • disarmare mani armate di coltello (aiuto!!!)
  • o di pistola (aiuto!!!),
  • ecc.

magari tendando e dicendo di rendere “realistico” il loro allenamento (o “addestramento” secondo i più convinti) inondando i loro allievi di adrenalina allo stato puro, ottenuta con ritmi forsennati o colpi sferrati a piena forza, gridandogli in faccia come se correre il rischio di rimanera con debito di ossigeno in palestra fosse lo stesso di una minaccia di coltello di uno sconosciuto davanti alla faccia dentro la metropolitana, o di un pestaggio in strada di due tossici, o di un “vero” stupro…

No, non è la stessa cosa e non lo sarà mai.

Il panico è una cosa seria, e non lo si otterrà mai in un contesto “amico”, dove tutti sono pronti ad aiutarti e pronti a soccorrerti nel caso in cui dovessi soccombere all’allenamento (o addestramento) “realistico”.

Nessuno è in grado di riprodurre in modo “legale” un contesto che sia lontanamente realistico in una palestra: ci vorrebbero le vie di uscita chiuse, nessuna protezione, un istruttore sadico che non interviene, e uno che gli stai veramente sulle palle che vuole fartela pagare o che vuole il tuo telefono, in pratica uno motivato a farti del male se non fai come vuole lui e in più questo deve avvenire quando non te lo aspetti in un giorno qualunque di lezione e in un punto qualsiasi (palestra, bagno, parcheggio, ecc) .

Allora forse si, che se ne esci vivo, tutto d’un pezzo e non definitivamente  traumatizzato, puoi dire che hai più o meno capito cosa succede, ma questa è qualcosa che non si può fare e significa farsi male.

Idealmente, un istruttore professionsta deve essere una specie di trainer in grado di rinforzare ed allenare anche gli stati emotivi e psicologici legati al combattimento e alle aggressioni che stanno sotto ai muscoli dell’allievo.

Anche questo fa parte dell’allenamento nella difesa personale.

Ci sono persone che hanno una reazione allo stress più accentuata di altri e che quindi hanno più difficoltà a gestire gli stati di paura.

Alcune persone sono da sempre vissute in un ambiente iperprotettivo e non hanno sviluppato un adeguato spirito di iniziativa. E’ naturale che persone così si trovino in difficoltà quando la situazione diventa critica, la capacità di improvvisazione e la mentalità di cavarsela da fuori può fare la differenza.

In ultimo, soprattutto se si tratta di difesa personale femminile o di soggetti che hanno una insicurezza cronica, o si sentono fisicamente poco prestanti, c’è un aspetto di fragilità ed insicurezza che rende più difficile a certe persone ad affermare il proprio diritto di esistere e di affermarsi nelle relazioni con gli altri.

Un allenamento “realistico” dovrebbe essere orientato a questi aspetti meno “muscolari” ma non meno essenziali, se l’obiettivo è formarti alla sopravvivenza.

Se stai facendo un corso dove non c’è questo tipo di formazione rischi di sprecare il tuo tempo e i tuoi soldi senza imparare realmente quello che ti serve se il tuo obiettivo è aumentare le possibilità di imparare a difenderti in caso di una aggressione da strada che ripeto non è lo sparring da palestra con i tuoi amici e compagni di allenamento.

Andrea

De-escalation e Dissuasione nella difesa personale

L’arte di combattere senza combattere.

C’è un detto che dice che ogni combattimento evitato è un combattimento vinto.

Come ti ho già detto e ripetuto in altri post, la maggior parte delle aggressioni avviene in seguito ad un percorso di escalation verbale e fisica che vede protagonisti due o più contendenti.

Abbiamo visto che l’escalation, quando non è provocata da te,  viene alimentata da particolari atteggiamenti, comportamenti, messaggi verbali e non verbali che si connotano in due tipologie di comportamento:

  • la modalità aggressiva in risposta a un comportamento aggressivo
  • la modalità passiva (resistenza passiva) in risposta a un comportamento aggressivo.

Nel primo caso, di fronte ad un comportamento ostile di qualcuno, scegliamo la modalità di resistenza attiva (forza contro forza).

Nel secondo caso, invece, cerchiamo di “non fare arrabbiare” l’altro cercando di accontentarlo o di non fare nulla, nella speranza che quello desista di sua spontanea volontà.

Purtroppo nessuna di queste due modalità di comportamento rappresenta una soluzione:

  • Nel primo caso, reagendo in modo attivo all’aggressività altrui, si innalza automaticamente il livello dello scontro, dalle parole, agli spintoni, dagli schiaffi al coltello, fino ad una conclusione che è determinata solo dalla capacità e dalla volontà di offendere dei contendenti.
  • Nel secondo caso, invece, il comportamento remissivo favorisce gli intenti aggressivi dell’altro, alimentando la violenza anziché tamponarla.

Esiste però una terza via utile a fermare la violenza, la via assertiva che è quella che devi imparare, ma la devi usare solo se questo è possibile perchè ci sono casi in cui devi difenderti fisicamente e basta, devi attaccare con violenza per sopravvivere.

Quindi è ovvio che un tentativo di de-escalation può essere solo fatto solo in quelle situazioni in cui il combattimento non è iniziato o non è chiaramente imminente.

E’ inutile fare certi tentativi quando la distanza interpersonale è nulla e la minaccia è lì, testa contro testa e col suo fiato sulla vostra faccia, o ti ha sbattuto/a contro un muro.


In un contesto del genere è troppo tardi per tutto, e devi agire.

E’ fondamentale “allenarsi” a saper riconoscere gli aspetti rituali che precedono un’aggressione in modo da agire per tempo, fin dalle primissime fasi, solo così puoi evitare i guai più seri di uno scontro fisico e metterti in condizione di essere pronto.

Ma cosa succede e cosa devi fare se ti trovi nell’imminenza di un attacco.

Vediamo alcuni situazioni possibili:

  • Sei alla stazione ferroviaria, in attesa del tuotreno. All’improvviso un soggetto visibilmente “strano”, forse drogato, ti si avvicina e ti chiede del denaro per poter comprare un biglietto.
  • Stai guidando la tua auto. Improvvisamente un’altra vettura ti taglia la strada e ti costringe a fermarti. L’autista scende inveendo contro di te, per un presunto “sgarbo” nel traffico. Anche tu scendi per cercare di calmare l’energumeno.
  • Sei in un locale affollato,  un giovanotto robusto e minaccioso ti guarda fisso e si avvicina, chiedendo “beh, cosa hai da guardare?…”
  • Hai avuto la malaugurata idea di prendere di notte una scorciatoia per il parco della città. Mentre attraversi quel luogo isolato e poco illuminato, ti accorgete di due tizi usciti dall’ombra che si dirigono verso di te. Uno di loro cerca di attirare la tua attenzione: “scusa…”, “ehi, scusa!…Un’informazione!”. ti volti, cercando di capire cosa vuole.

In tutti questi scenari e ne puoi immaginare moltissimi ti trovi in una fase preliminare da cui potrebbe succedere di tutto: da un semplice scambio verbale a un’aggressione vera e propria.

Tu devi essere psicologicamente pronto per l’ipotesi peggiore, non sottovalutare mai, piuttosto esagera ma mai sottovalutare.

E’ importante che tu acquisisci una conoscenza delle varie tipologie di aggressore, per cercare di capire se ci si trova al cospetto di uno che fa chiacchiere o uno realmente intenzionato ad aggredirti ma anche se non possiedi questo tipo di conoscenza, o non lo “inquadri”, il tuo primo obiettivo deve essere quello di salvaguardare a tutti i costi la distanza fisica che vi consenta di interagire in sicurezza diversamente o scappi o attacca come una furia per primo.

Cerca sempre di mantenere una distanza fisica di sicurezza di almeno un metro e mezzo dall’altro ma se puoi anche di più.

Come nel traffico automobilistico, la distanza è sicurezza, questo è il primo indizio che deve farti preoccupare veramente se c’è il tentativo da parte dell’altro di chiudere comunque la distanza di sicurezza, malgrado i vostri tentativi di mantenerla.

Ps. La distanza di sicurezza che ti ho indicato varia se l’altro ha in mano un oggetto contundente, un bastone, ecc. anche se è ovvio preferisco ribadirlo.

In genere, un approccio innocuo, per esempio una richiesta di informazioni, oppure l’automobilista inferocito che vuole solo dircene quattro, si svolgono tutte a distanza di sicurezza, perchè anche lui non vuole rischiare, vuole fare solo il tamarro quindi non c’è il tentativo dell’altro di arrivare vicino, al punto di potersi toccare.

Diverse sono le situazioni di vero pericolo, che vedono tutte un progressivo accorciamento delle distanze, il più delle volte accompagnato da una sorta di “intervista” verbale, sotto forma di minacce, intimidazioni, ma anche un inganno fingendo di chiedere scusa oppure, più subdolamente, sotto forma di un pretesto, come chiedere l’ora, un’informazione o altro.

Lo scopo di questa sorta di “intervista” è quello di distrarre impegnando la mente della futura vittima, costringerla ad elaborare il contenuto verbale, cercare risposte, mentre il malintenzionato si avvicina  cercando di porsi in una posizione favorevole per poter colpire in modo improvviso.

E’ evidente che, in una situazione del genere, i tentativi di de-escalation devono essere uniti a delle tecniche di dissuasione vera e propria.

E’ inutile cercare di essere ragionevoli con l’automobilista inferocito, quando quello vi sta urlando ad un palmo dalla faccia, e i suoi sputacchi vi irrorano gli occhiali, potrebbe non servire. Così come è controproducente mantenersi inoperosi al cospetto dei due sconosciuti nel parco, magari con uno che vi si piazza davanti e uno alle spalle.

Ma come si fa a interrompere l’escalation e a dissuadere l’altro dal nuocerci?

Le maggiori chance di successo le hai nella misura in cui sai usare le tecniche di comunicazione assertiva nel momento di maggiore stress emotivo.

La comunicazione assertiva o se vogliamo i comportamenti assertivi, sono quelli che non sono aggressivi, ma nello stesso tempo denotano fermezza e capacità di ottenere il rispetto altrui.

E’ l’arte della negoziazione e della costruttività ma tu dirai ok, bella la teoria ma come fare con questo che mi grida addosso come un pazzo inferocito?. Questo tizio non mi sembra che ha voglia  di mettersi a intavolare negoziati o una tranquilla chiacchierate: il rischio è imminente, non c’è tempo se non per agire.

Tuttavia, il segreto di ogni de-escalation riuscita è sempre lo stesso:

  • far capire all’altro di non voler attaccare, offendere (non essere aggressivi)
  • far capire all’altro di essere pronti a reagire (non essere passivi o arrendevoli)

In altre parole devi in tutti i modi evitare di cadere nelle azioni aggressive che sono tipiche in questi casi perché le persone solitamente reagiscono così, in modo aggressivo magari perché stimolate dal loro EGO non pensando alle conseguenze, tu devi fare diversamente sia che sei forte e anche se sei in uno stato di inferiorità fisica, emotiva o ambientale, non assumere però MAI un atteggiamento passivo, con la paralisi o la resa, sperando in questo modo di limitare i danni.

Sia l’aggressività che la passività come ti ho già detto sono comportamenti scorretti e inadeguati alla situazione.

Il tipico esempio è il caso dell’automobilista inferocito, è inutile che ti metti a ribattere su questioni legate al codice della strada, magari ignote a entrambi, servirebbe solo ad alimentare la tensione.

Meglio prodursi in inviti alla calma, cercando di sdrammatizzare e smorzare i toni.

Un’altro esempio è il caso del ragazzotto tamarro che per una occhiata di troppo, ti chiede che cazzo hai da guardare, puoi rispondere tranquillamente “ti ho scambiato per un mio compagno di squadra di qualche hanno fa in vacanza o qualche cosa del genere”.

L’importanza della postura del corpo

Sia nel caso in cui la situazione mostri tutta la sua criticità, sia che ci si trovi in uno stadio ancora interlocutorio, potrebbe essere utile assumere una atteggiamento tranquillo ma deciso, dove il tuo corpo dice “non voglio combattere, ti temo, ma sono pronto a reagire” e questo deve essere espresso in modo chiaro e convincente.

Questo messaggio ovviamente non lo devi dire con la voce ma con il tuo corpo, deve essere la tua comunicazione corporea, deve leggersi tra le righe di quanto viene detto a voce.

Qualunque sia la conversazione o la domanda a cui stai rispondendo, il messaggio del tuo corpo deve essere chiaro a livello non verbale: la tua postura del corpo deve far capire all’altro che siete pronti e che non è possibile sorprendervi.

A questo punto in base alla situazione devi fare dei ragionamenti diversi:

  • Sei in una fase interlocutoria con il tuo aggressore che resta a una distanza di sicurezza,
  • La situazione sta precipitando, con l’altro che si avvicina spingendoti?

Nel primo caso, relativamente più tranquillo, è opportuno evitare di far crescere la tensione adottando una posizione che non incoraggi l’altro ad avvicinarsi oltre e ci protegga ragionevolmente da un attacco improvviso. ATTENZIONE!! Non fidarti mai della calma apparente di uno che si avvicina MAI !!

Esempi a questo riguardo si possono trovare in molti video dove apparentemente sembra che l’aggressore vuole parlare tranquillamente o fare pace ma in realtà sta cercando la distanza per colpirti.

Dissimula gesticolando tenendo le mani alte!! Ti spiegherò più nel dettaglio le guardie nascoste in un post specifico, c’è ne sono di diverso tipo, ma importante:

  • Non commettete l’errore di stare impacciati con le braccia abbassate, o dietro la schiena.
  • Non commettete l’errore di metterti in posa stile Mike Tyson o Bruce Lee. Non farlo soprattutto se non sei realmente capace.

L’errore consiste nel fatto che queste modalità di porsi corrispondono a una modalità passiva (nel primo caso) o aggressiva (nel secondo caso), con tutto ciò che comporta in termini di reazione da parte dell’altro. E’ facile che ti attacchi

Assumi una posizione che ti consente di reagire se occorre e al contempo di parlare in modo naturale.

Devi dissimulare, quindi la tua postura deve e può diventare un posizione di guardia nascosta, le mani devono essere alte e aperte come se gesticolassi.

Se puoi cerca di avere sempre qualcosa in mezzo tra te e il tuo potenziale aggressore.

  • Nel caso della lite per traffico, potrebbe essere un’ottima idea quella di avere sempre la propria o altrui automobile tra voi e l’altro, fintanto che la discussione procede. Se si scende dall’auto, mantieniti parzialmente defilati al riparo della portiera aperta con la mano che la tiene: serve a proteggere il corpo da eventuali attacchi oppure, per battere velocemente in ritirata dentro alla vettura.

 

  • Nel caso ti trovi all’aperto, come nel caso dell’incontro nel parco, valgono le stesse regole: fintanto che le intenzioni dell’altro non si chiariscono, cercare di mantenere la distanza di sicurezza (almeno un metro e mezzo). Se state lì ad ascoltare che cosa ha da dirvi, assumete una posizione dove le vostre stesse gambe e braccia vi proteggano senza dare troppo nell’occhio, per quanto possibile, resta rilassato ma attento e carico come una molla pronto a scattare per scappare o difenderti. Se c’è una panchina spostati e “mettila” tra voi due. Se stai parlando, gesticola in modo calmo, muovendo le mani davanti a te belle alte: se il tuo aggressore sta misurando la distanza per colpirti, avrà grosse difficoltà a trovare un bersaglio. Se stai ascoltando quello che l’altro ha da dire, è ottima la posizione della “mano che regge il mento”: protegge adeguatamente viso, collo e torace e consente alla mano avanti di reagire in modo immediato ed istintivo ad un eventuale attacco ma quando parli tu gesticola sempre per tenere le mani alte. Mi raccomando la distanza!! Attenzione al dettaglio di gambe e ginocchia: se davvero sta per aggredirti usando come primo attacco un “calcio nelle palle” visto che è una delle più gettonate non stare a gambe divaricate offrendo un bersaglio. Trasferite invece il peso del corpo sulla gamba “dietro” che deve essere con la punta della scarpa rivolta verso di lui e tieni il piede della gamba avanzata ruotato di 45 gradi quindi con il ginocchio verso l’interno perchè chiude la traiettoria di un calcio diretto alle palle (se sei un uomo). Il peso maggiore è sulla gamba posteriore così quella anteriore è alleggerita e più rapida a muoversi per parare un calcio e quella posteriore carica per spingere in caso di assalto. Anche se non hai tanta prontezza di riflessi, questa postura complica la vita al tuo aggressore vi guarderà cercando il bersaglio ma non trovando spazio avrà maggiori difficoltà a tirarvi un calcio al basso ventre se assumi una posizione così.

 

  • Se ti sta chiedendo delle informazioni, utilizza una postura che ti consente di dare le indicazioni, ma senza che devi voltarvi per nessuna ragione, ma fai attenzione anche che nessuno ti sia alle spalle, potrebbe non essere solo.

 

  • Se questo tizio deve fare la tua stessa strada,  fai in modo che cammini davanti a te, mai dietro, ripeto MAI DIETRO!!. Invitalo a precedervi, “prego prima lei”, e, mentre lo dici sottolinea l’invito con il gesto, questo è imortante, devi avere SEMPRE il braccio avanti, rivolto verso di lui, e l’altro braccio (quello forte)  arretrato. Il motivo di questi dettagli è di natura tecnica: il braccio avanti deve creare un ostacolo ad una eventuale, repentina, chiusura della distanza da parte dell’altro, il braccio avanzato rappresenta il “primo cancello” di fronte ad un improvviso attacco.
    Il tuo braccio  deve “sentire” l’assalto (infatti è la prima parte del vostro corpo che viene a contatto) sotto forma di riflesso tattile, deve attuare la prima fulminea reazione in avanti (evitare che si gira, dita degli occhi, in gola, pugno, ecc.) mentre il braccio arretrato deve far partire immediatamente una bordata seguita ta una scarica di colpi fino a rendere innocuo l’aggressore.

Ps. Il motivo per cui il braccio forte DEVE essere mantenuto in posizione più arretrata, deriva dal fatto che il colpo per arrivare con forza ha bisogno di spazio e più parte da lontano e più aquista forza. Per questo il tuo aggressore cerca sempre di avere una posizione  leggermente angolata rispetto a te per colpirti con forza.

Infatti, una cosa molto IMPORTANTE!! Se un aggressore invece di stare davanti a te a insultarti, minacciarti, o chiederti la strada per la stazione, si sposta leggermente un po’  a destra, o un po’ a sinistra, costringendoti a cambiare posizione per rimanere frontali rispetto a lui attacca tu immediatamente o scappa!! Si tratta di un pessimo segnale, indice di una quasi certa intenzione di attaccare, questi piccoli spostamenti servono a cercare un’angolazione favorevole per un veloce e potente attacco.

Ps. Tutte queste cose vanno provate e testate, se hai questa necessità contattami!!

Finora abbiamo parlato di una situazione relativamente agevole da gestire: il potenziale aggressore che ha un comportamento a rischio, minaccioso, ma non si è ancora avvicinato troppo. La tua postura e le tue parole servono a tenerlo a bada, farlo sbollire dal nervoso e contemporaneamente fargli capire che, se avesse avuto cattive intenzioni, avrebbe trovato un avversario pronto e temibile.

Ma cosa succede di fronte ad un avversario chiaramente determinato a crearci problemi?

  • Non è solo il caso dell’automobilista inferocito che, sceso dall’auto, marcia a grandi passi verso di voi per prendervi a schiaffi.
  • Non è solo il caso del marito amorevole che attraversa la cucina per prendere la moglie per i capelli e sbatterla in terra.

I casi più pericolosi sono di natura più subdola, tanto più insidiosi quanto più è alto il livello del danno creato: ti parlo di furti, rapine, rapimenti, stupri.

In molti di questi casi, l’approccio del malintenzionato non è strepitante, ma dissimulato con un pretesto qualsiasi, magari una richiesta di informazioni, la già citata “intervista”, che ha lo scopo di distrarre e, al contempo, di chiudere la distanza.

Una volta che la distanza è chiusa è finita?. l’aggressione è in corso, è già partita e l’unica possibilità è difenderti ma se sei in grado di farlo, diversamente è finita.

I segnali premonitori di un attacco ci sono sempre, ma occorre allenamento ed esperienza per saperli cogliere.

Se ti accorgi per tempo di un approccio sospetto o chiaramente pericoloso, tenta subito di dissuadere usando uno stile comunicativo assertivo.

Costringi l’altro a parlare con domande del tipo:

  • “cosa desidera?”,
  • “cosa c’è?”,
  • “posso esserle utile?”,
  • “non possiamo parlarne con calma?”.

Mentre fai questo, aiutati anche con quei “trucchi” posturali di cui abbiamo parlato prima.

Questi funzionano nella maggior parte dei casi, ma quando non funzionano sei nei guai ma non tutto è perduto ma è indispensabile che ti accorgi per tempo che qualcosa sta andando storto e anticipare l’attacco.

Il principale segnale di un attacco imminente è essenzialmente il tentativo da parte dell’altro di chiudere la distanza malgrado i nostri tentativi per salvaguardarla.

Oltre a questo, un’altra possibilità è il tentativo di spostarsi di lato del tuo aggressore in cerca di un possibile angolo d’attacco,  questo deve decisamente metterti in allerta.

Altri indizi preoccupanti sono le variazioni del ritmo e del tono di voce:

  • un abbassamento del tono,
  • un improvviso ricorso  a monosillabi,
  • o un improvviso mutismo,

devono metterti subito in allarme rosso, sta attaccando non “per attaccare”.

Altri segnali che potrebbero far presagire un attacco ci vengono dal linguaggio del corpo, per esempio:

  • è possibile cogliere il rapido movimento degli occhi a destra e sinistra, causato dall’adrenalina che provoca la perdita della visione periferica,
  •  dal tentativo dell’aggressore di vedere se la scena è libera da testimoni o poliziotti.
  • notare un irrigidimento della parte superiore del corpo (collo e spalle) che determina la postura tipica di colui che porta due secchi d’acqua pesanti (spalle leggermente arcuate, nocche delle mani rivolte in avanti e gomiti che sporgono all’esterno).

Se la situazione arriva a questo punto, e sei sufficientemente lucido/a per accorgerti in tempo, la strategia deve cambiare, e subito.

Corri Corri Corri!!!! o ATTACCA ATTACCA ATTACCA!!!!

Se il tuo aggressore si avvicina troppo, hai pochissimi istanti per fare qualcosa, ti parlo di frazioni di secondo.

Ancora una volta, ciò che dite in quel momento con la voce è poco rilevante, mentre assume la massima importanza il messaggio non verbale che deve sottolineare con maggior forza e intensità lo stesso messaggio assertivo: “non voglio combattere, ti temo, ma sono pronto a reagire”, con la differenza che ora devi essere più pronto e convincente di prima.

Ora in una situazione del genere la prima sensazione che proverai è la paura.

La paura che sentirai renderà più difficili i ragionamenti, col risultato che fai molta fatica ad elaborare risposte sensate all’eloquio incalzante e minaccioso dell’altro.

Se riesci ad essere assertivo/a in questo frangente vuol dire che hai i nervi di acciaio o… non hai ben capito la situazione!

Attenzione!! Il tutto può essere molto complicato dalla presenza di amici o complici dell’energumeno.


Ora voglio farti una premessa legale. La presenza di possibili testimoni che sono lì ma per nulla disposti ad aiutarti, rappresentano pur sempre una preoccupazione ed un impedimento ad una reazione risolutiva da parte tua. Dirai, ma come?? Invece è così perchè la legge (che in quel momento è incapace di proteggerti visto che non ci sono le forze dell’ordine presenti), è sempre pronta a farti passare infiniti guai se solo osi difenderti perchè in fase processuale i testimoni non sapendo il pregresso magari vedono te che ammazzi di botte questo tizio, alla fine risulti tu l’aggressore, quindi attenzione!! Se puoi vai sempre via, sia per evitare il rischio, sia per evitare comunque un processo, il tuo ego lo devi dimenticare per qualche minuto.

Ps. E’ chiaro che se vieni aggredito devi difenderti come una furia quindi al massimo fai un processo da sano che è meglio che da invalido o da morto.

Ma in questa situazione e tenendo conto di  quello che ci siamo detti, cosa devi fare?.

Gli obiettivi primari sono:

  • Calmare gli animi (se l’altro è alterato) per tentare di risolvere pacificamente la cosa (de-escalation)
  • Dissuadere l’altro dal voler attaccare (linguaggio del corpo).
  • Prepararci all’azione violenta se l’altro attacca. (Psicologicamente e mantenendo la distanza e la guardia nascosta)
  • Tutelarti legalmente qualora sei costretto/a a difenderti, quindi denunciare l’accaduto sempre anche se hai avuto la meglio (in riferimeto a quanto detto prima).

Ps. Se hai il peperoncino spray, tienilo in mano e se devi usalo. Serve per questo anche se attenzione questo atteggiamento non è molto da de-escalation ma più una dissuasione fisica.

Immagina questa situazione e tu sei disposto a usare l’arma che hai, che livello di dissuazione genere da uno a 10:

  • Tu a mano nuda Vs aggressopre mano nuda (non armato) –> condizione di pareggio ma può salire se vede che sei uno tosto e non aveva valutato bene la situazione.
  • Tu con Peperoncino Spray Vs aggressore a mano nuda –> può arrivare a 3.
  • Tu con un bastone Vs aggressore a mano nuda –> Livello 5.
  • Tu con un coltello Vs aggressore a mano nuda –> Livello 8.
  • Tu con una pistola Vs aggressore a mano nuda –> Livello 10 massima dissuasione.

Ma attenzione, che deve percepire che sei disposta ad usare l’arma che hai in mano altrimenti può essere pericoloso ancora di più per te. Avere un arma senza motivazione e intenzione a volte è pericoloso.

Ora tornando agli obbiettivi puoi tentare di raggiungere tutti questi obiettivi con una posizione di guardia appropriata, ovvero una posizione che ti metta tecnicamente in grado di poterti difendere e nel frattempo ci consenta anche di continuare la nostra opera di de-escalation.

Ovviamente, per raggiungere questi scopi, le posizioni di guardia tipiche delle arti marziali e degli sport da combattimento, non vanno bene perché se ti metti in guardia con i pugni chiusi è evidente che non comunichi alcun tentativo di volere negoziare: vuoi combattere e basta ma è chiaro che se l’altro si avvicina  e tu resti a braccia giù o dietro in relax come se parlassi a un amico ti trovi in grande pericolo se l’altro attacca.

La soluzioni più interessanti sono quello delle guardie nascoste.

L’addestramento a questo metodo prevede la posizione di alcune guardie e posizioni, che anche se tecnicamente non soddisfa al 100% le esigenze che richiedono le posizione di guardia, rappresenta comunque un compromesso valido per lo scopo:

  • le braccia e le gambe in queste posizioni offrono una posizione sufficiente per proteggere i bersagli sensibili del tuo corpo soprattutto frontalmente.
    • Mentre parli, gesticoli, mani alte una più avanti l’altra più indietro, con il corpo defilato, il peso maggiore sul piede dietro con la punta verso l’aggressore e il piede avanzato a 45 gradi verso l’interno a proteggere la linea centrale verso l’inguine e non solo.
    • Mentre ascolti, la mano più forte vicino al mento fai finta di grattarti la barba, la guancia e l’altra mano sopra a grattarti la testa sopra la nuca, il peso maggiore sul piede dietro con la punta verso l’aggressore e il piede avanzato a 45 gradi verso l’interno a proteggere la linea centrale verso l’inguine e non solo.
  • Le mani e i piedi sono in condizione di poter attaccare o contrattaccare fulmineamente con più soluzioni, dai pugni alle ditate negli occhi, a combinazioni simultanee di pugni e calci.

ATTENZIONE!! Sempre che rispetti la distanza!! Ricordalo. 1,5 metri.

La cosa più importante è l’aspetto di dissimulazione insito nelle posizione di guardia nascoste che, pur comunicando non verbalmente un atteggiamento di disponibilità  al dialogo e di invito alla calma, nasconde in realtà la possibilità di difenderti o colpire con colpi efficaci e devastanti.

La posizione di braccia e gambe anche se nascoste, creano come una specie di “barriere” intorno ai punti sensibili del tuo corpo, e ti proteggono.

L’aggressore sa che se vuole colpire deve prima superare le barriere, e per questo deve perdere tempo ed esporsi alla reazione di chi si trova dall’altra parte o non può sfruttare la sorpresa.

Ora come ti ho detto prima immagina di essere il testimone di un’aggressione e guarda l’immagine sopra l’immagine sopra, sei appena arrivato non sai che cosa sta succedendo, se qualcuno ti chiedesse chi dei due sta aggredendo, puoi avere dei dubbi a rispondere? Certo che si non sai come è iniziata, ma se uno dei due mentre l’altro litiga e grida cerca di calmare l’altro ma tu sei costretto a reagire se prima del fatto dici parole per abbassare i toni puoi sperare che quando questo/a/i testimoni verranno interrogato dal poliziotto di turno riferirà: “beh, lui o lei ha cercato in tutti i modi di calmarlo, ma poi quell’altro l’ha attaccato e lui/lei l’ha steso.”

Sperando che questa testimonianza serva a qualcosa perché ti stai per beccare una bella denuncia per rissa.

Una cosa che devi sempre fare se ti trovi a fronteggiare una situazione del genere e che non devi dimenticate è di pronunciare ad alta voce, in modo che tutti ti possano sentire, frasi del tipo

  • “fermo”,
  • “non si avvicini”,
  • “stia calmo”
  • “ragioniamo”,
  • “non voglio guai”,
  • e così via,

Addirittura frasi del tipo aiuto come:

  • questo tizio mi vuole violentare,
  • vuole picchiare il mio bambino,
  • ecc.

può servire perchè spostare l’attenzione su un problema diverso e più grave in alcuni casi, attira ancora di più l’attenzione.

Lo scopo non è solo quello di attirare l’attenzione di eventuali testimoni, utili poi ad assisterci nell’eventuale e postumo calvario legale, ma anche per scoraggiare ulteriormente l’aggressore, creandogli un ulteriore disturbo ambientale.

La somma di questi accorgimenti, unito alla capacità di mantenere un comportamento assertivo, rende possibile in un buon numero di casi un esito incruento della situazione.

Spesse volte, l’aggressore vede venir meno l’opportunità di attaccare e desiste.

Ricordati che non esistono ricette magiche e queste sono delle indicazioni funzionali ma di fronte ad un aggressore determinato a colpire, o sotto l’effetto di alcol e droghe, non ci sarà altra soluzione che difenderti o prenderle.

Questa è la fase più complicata e il tuo obiettivo è avere la meglio e devi fare di tutto per sopravvivere.

Se vuoi essere più “fortunato” addestrati, ma con dei professionisti.

Andrea

La prevenzione e la sicurezza

La migliore autodifesa è e rimane ancora la prevenzione, questo deve essere il tuo primo strumento per poter evitare situazioni di pericolo, quindi è importante la conoscenza del pericolo.

Senza conoscere il pericolo è difficile riuscire a fare una prevenzione.

La prevenzione è da sempre un tema ricorrente in molti campi: prevenire è meglio che curare,  è una detto tipicamente italico, una regola che viene usata in molti contesti della vita di tutti i giorni.

Ora non voglio che diventi ossessionato/a per la tua sicurezza, ma è importante che le informazioni che tu hai su cosa fare per migliorare la tua sicurezza quotidiana siano corrette, senza “cadere” nella paranoia come fanno alcuni che si barricano in casa o vedono ovunque malintenzionati, ma dei semplici  e adeguati comportamenti senza violare la legge e riuscendo a vivere più serenamente.

Al di là del fatto che per fortuna ci sono le forze dell’ordine che fanno un grosso lavoro per permettere a tutti di vivere sicuri, che cosa puoi fare tu per prevenire la violenza altrui, in ogni sua forma?.

In Italia come ti dicevo la prevenzione contro gli atti di violenza non dovrebbe essere un tuo problema (ma questa è la teoria) in quanto il nostro ordinamento giuridica affida questo compito allo Stato, ma l’orientamento della nostra legislazione è direzionato in senso repressivo e molto poco in senso preventivo di conseguenza i risultati sono discutibili perché la pena avviene ma dopo che la vittima ha subito la violenza se non peggio è stata uccisa.

Questo significa che purtroppo nella realtà ci sono centinaia di individui abituati a delinquere e pericolosi (spesso noti alle forze dell’ordine) che girano indisturbati per le città creando danni ai cittadini ma contro cui è non possibile applicare provvedimenti di restrizioni (carcere) per chi commette reati “minori” come la violenza personale, dove le nostre leggi sono molto deboli.

Un’altro esempio è lo stalker a cui viene detto di stare lontano dalla vittima e stop a meno che ci siano atti di violenza gravi, e purtroppo solo a fatto grave avvenuto c’è un vero intervento delle forze dell’ordine.

La colpa non è delle forze dell’ordine che hanno le mani legate ma della legislatura che non permette di intervenire con forza e decisione in forma preventiva.

Come ti dicevo poco fa e come testimoniano molte tragedie “annunciate”, di violenza e di stalking, ecc. dove la legge non interviene in senso restrittivo su questi episodi fino a che avviene una fatto di violenza grave se non addirittura un omicidio, ma a quel punto per chi subisce la violenza cosa cambia?. Ok va in galera, magari con una pena esemplare ma per te e per la tua famiglia non farà più molta differenza, quello a cui tenevi non c’è più..

Di fatto oggi di prevenzione se ne fa pochissima e non cambia molto le cose: per lo Stato la prevenzione non è un problema del cittadino, il quale, dal canto suo, non è tenuto a svolgere alcun ruolo attivo al riguardo e, quello che è peggio, non viene in alcun modo formato a tenere comportamenti più favorevoli alla sua sicurezza se non con qualche consiglio sporadico.

Questo approccio non va bene ma devo dire neanche il principio di armare una società può essere una soluzione, perché il possesso di un’arma non è una misura preventiva ma una soluzione finale di aggressione quindi non di prevenzione e le persone non hanno capito che sarebbe una escalation del tipo, se tu sei armato mi armo anche io che ti aggredisco, oppure ti prendono in un qualunque momento in cui tu non sei armato, perché la realtà è che fanno così con le vittime di rapine che per la loro professione sono armati ( esempio i gioiellieri).

Il modello da ricercare per migliorare la tua sicurezza deve puntare ad una valorizzazione della tua capacità individuale, favorendo l’acquisizione di competenze e comportamenti che rendono più complessa l’esposizione alla criminalità e quindi basata sulla prevenzione.

Ma in cosa dovrebbe consistere la prevenzione? e da cosa?

Prima di parlare di prevenzione, è fondamentale capire cosa si vuol prevenire altrimenti non ha nessun senso. Le intimidazioni, lo stalkeraggio, il bullismo, il cyber bullismo, i ricatti sessuali, le violenze, le rapine, ecc. pur avendo delle caratteristiche comuni vanno trattate in modo differente.

Questo approccio necessita di un programma educativo, una formazione life-long, vita natural durante, che in base alle età fornisce le conoscenze e gli strumenti per sapere come e cosa fare in determinate situazioni. Per questo si dovrebbe cominciare dai banchi di scuola e proseguire nelle università, sul lavoro, ecc… ( mi spiace dover usare il condizionale).

Quando parliamo di azioni violente dirette contro la persona che siano fisiche che psicologiche indipendente da quale che sia la motivazione scatenante e quale ne sia l’esito, le persone devono avere una formazione per avere la risposta il più corretta possibile per fermare sul nascere queste situazioni ed è necessario rafforzar sempre di più le associazioni e le strutture preposte per poter proteggere le persone adeguatamente.

Alcuni esempi possibili di violenza:

  • la violenza come conseguenza del tentativo di furto o rapina,
  • la violenza come manifestazione di socio o psicopatia,
  • la violenza a fini sessuali di stupro,
  • la violenza determinata da alterazione da alcool o droghe,
  • la violenza in conseguenza di conflitti interpersonali,
  • La violenza sull’infanzia,
  • La violenza psicologica,
  • La violenza del bullismo,
  • La violenza legata allo stalking,
  • La violenza razziale,
  • ecc.

Prevenzione significa adottare tutte le misure, azioni, comportamenti e insegnamenti, utili a ridurre il rischio di essere coinvolti in simili eventi.

La prima prevenzione viene dalla conoscenza e nel caso della criminalità, non mancano i tentativi di fornire chiavi di lettura in chiave psicopedagogica, sociologica, criminologica o altro.

Così non mancano gli esperti di turno prodighi nel fornire spiegazioni eloquenti su chi delinque, violenta, picchia e sul perché lo fa.

Alcune teorie nella storia passata come quelle di Cesare Lombroso si sono spinte nell’individuare e classificare le persone “naturalmente” portate a delinquere, osservando certi tratti somatici  (fronte bassa e occhi vicini, per esempio) come indice di un tratto somatico che denota una predisposizione atavica verso il crimine.

Più recentemente, negli anni ’60, alcuni scienziati hanno avanzato l’ipotesi che la predisposizione ai comportamenti antisociali potesse essere determinata da aberrazioni cromosomiche, il cosiddetto triplo cromosoma Y, detto anche il “cariotipo criminale”.

Criminologi, psicologi, sociologi, dal canto loro, non possono esimersi dall’intervenire fornendo una loro lettura della situazioni con analisi che aggiungono più confusione che una reale conoscenza del problema.

Scorrendo la letteratura sull’argomento non è difficile imbattersi in spiegazioni del comportamento violento, alcune delle quali ricorrenti come:

  • Difesa del territorio
  • Stress e conflitti
  • Intolleranza e pregiudizi
  • Frustrazione
  • Influenza di TV e videogiochi
  • Alterazione da alcool e droga
  • Bisogno di affermare il proprio Ego
  • Socio-psicopatia
  • Appartenenza al “branco”
  • Sentimenti “malati”
  • Politici
  • Conflitti tra vicini e condomini

Queste sono speculazioni sul tema e non credo che sia di interesse del cittadino se il fatto che sia violento, rapini, ecc. sia legato a risvolti psicologici, questi commenti servono più al professore di turno per auto compiacersi che per fornire una reale soluzione al problema.

Il sapere che il tizio che aggredisce è spinto alla violenza perché da bambino non riceveva attenzioni o era stato abusato dallo zio, che cosa te ne importa? O se la fisionomia di chi ti assale con un coltello ha le caratteristiche dell’assassino con la fronte bassa e gli occhi ravvicinati?.

Nulla!!

Anzi la cronaca ci ha dimostrato che i casi di crimini più efferati sono commessi da persone assolutamente “normali”, non riconducibili a nessuna “categoria a rischio” ,dove i testimoni dicono frasi del tipo:

  • L’omicida era il vicino di casa, l’altro giorno ero seduto vicino a lui alla riunione del condominio, quelli “che mai avrebbero lasciato presagire che…
  • L’omicida era uno studente modello con la faccia angelica, magari proveniente da famiglie colte e benestanti.
  • L’omicida era un genitore modello, innamorati dei loro figli, agli occhi di tutti.
  • L’omicida lo conoscono tutti nel quartiere, sembrava una persona tranquilla
  • ecc.

Quindi a che serve teorizzare su tematiche come “vuoto esistenziale”, “disagio giovanile”, “crisi dei valori” o altro? Niente al fine di risolvere il problema perchè i crimini più efferati spesso arrivano da persone che svolgevano una vita normale.

Le variabili sono talmente tante visto che stiamo parlando di umanità e personalità umane che teorizzare può essere un esercizio statistico che però non risolve il problema o ti mette al sicuro.

La triste verità è che chiunque può trasformarsi, in un momento qualsiasi, in un aggressore o in un omicida.

I cosiddetti “abituali”, i sociopatici, gli psicopatici, sono per certi versi i meno difficili da gestire, perchè la maggior parte delle persone è istintivamente in grado di riconoscerli quando li incontra, evitando il più possibile il “contatto”.

Il problema è che spesso si viene colpiti da chi non ci si aspetta lo faccia.

Magari è quel signore distinto con il quale abbiamo appena cominciato a battibeccare per il solito parcheggio conteso in centro, oppure è il solito vicino di casa con il quale abbiamo più volte discusso per la solita perdita d’acqua o per il rumore che fanno i bambini.

Improvvisamente, il signore distinto con la bella macchina dal quale non ti aspetti più di qualche banale turpiloquio (del resto moderato, vista la comune appartenenza al genere delle “persone civili”), si trasforma in una belva che è in lui e si manifesta con tutta la sua ferocia per travolgeti.

Tu non lo sapevi che dietro questa apparenza ed eleganza c’era un violento represso e che fosse in lui e da quanto tempo, ma c’era.

Prevenire gli atti violenti non è possibile.

In parte è vero perché è qualcosa di complesso che devi rendere semplice, anche se c’è una componente importante che la  gente dimentica troppo spesso: i comportamenti violenti altrui sono a loro volta determinati da nostre azioni, volontarie o meno, consapevoli o non.

In tutti i casi di cronaca troverai spesso che c’è sempre stata una componente di provocazione (da qualunque parte provenisse) unita ad una componente di sottovalutazione del rischio da parte di uno dei due e un forte ego.

Ma come puoi fare?.

Prevenire si può ma devi rendere automatici pensieri, comportamenti ed atteggiamenti favorevoli alla prevenzione.

Il primo pensiero che deve essere impresso a lettere enormi nella tua testa e nella testa di tutti è il seguente:

NON sai mai il tipo di persona che ti trovi di fronte!!

Questo è vero sempre e con chiunque, visto che, molto spesso, la violenza viene da parte di persone conosciute. Non è solo il caso del già citato amico di aperitivo che si trasforma in stalker.

Il problema purtroppo può sorgere molto più da vicino, addirittura all’interno delle stesse mura domestiche da persone di cui ti fidi, specialmente se si parla di violenze sulle donne e dell’infanzia.

La grande maggioranza dei casi è opera di mariti, conviventi, padri, madri, parenti, o persone comunque vicine alla famiglia.

  • Ci si accorge che il compagno di una vita non è più la persona che si era conosciuto un tempo.
  • Non ce ne eravamo accorti, non avevamo visto.
  • Oppure alcune persone cambiano in peggio e tirano fuori problematiche, frustrazioni spesso più gradi di loro che sfogano con chi è vicino.

Avviene quindi che, quasi senza accorgersi, o perché abbiamo fatto finta di non vedere alcuni segnali e atteggiamenti un giorno siamo costretti ad aprire gli occhi ed in genere è già troppo tardi.

Ora seguo questo ragionamento, se è difficile per l’uomo comprendere perfino se stesso e le persone che vivono nella stessa casa, figuriamoci nel caso di incontri occasionali.

Una delle prime cose che devi fare è smettere da subito di credere allLa falsa sicurezza di vivere in una “società civile”, unita alla sottovalutazione dell’altro, questo può giocare brutti scherzi.

Leggi le cronache, che cosa ti dicono?. Che succede proprio questo ti senti al sicuro anche se non lo sei.

Lo stesso tipo di ragionamento vale anche nei casi dove la violenza sembra scaturire senza apparenti relazioni tra vittima ed aggressore: è il caso di rapine o stupri da parte di sconosciuti.

Anche in questi casi, come più volte ti ho detto non esiste una vera casualità, ma c’è stata una scelta, la non casualità è qualcosa di molto raro.

L’aggressore, in realtà  ha “scelto” la sua vittima e la vittima si è fatta scegliere per via dei suoi comportamenti e caratteristiche personali.

In più occasioni ti ho parlato di aspetti spesso ignorati e sottovalutati , ti sto parlando degli  aspetti rituali e comunicativi che quasi sempre precedono un’aggressione fisica.

Conoscendole e analizzandole è possibile che tu puoi stabilire delle tattiche in determinate situazioni che risultano più corette per allontanare o ridurre il rischio di incappare in una aggressione.

Nella vita di ognuno di noi possono presentarsi situazioni tipiche dove banalmente si possono creare situazioni potenzialmente in grado di portare a tensioni o intrinsecamente pericolose:

  • La guida nel traffico congestionato
  • Frequentare luoghi bui ed isolati
  • Svolgere lavori pericolosi (per esempio i controllori sui treni e autobus)
  • Attraversare quartieri a rischio
  • Incontri con persone alterate da alcool e droghe
  • Litigi fortuiti con sconosciuti e non
  • Incontri con il “branco”
  • ecc.

In tutte le situazioni reali che sono poi degenerate in aggressioni o risse, le azioni di uno o di entrambi i contendenti hanno portato nella direzione opposta dell’allontanare il rischio di quella situazione.

Troppo spesso, si sono verificate delle omissioni di “lettura” della situazione, del contesto,della relazione, le quali, sommandosi alla tensione intrinseca del momento che non sono state disinnescate portando il processo di escalation al massimo o attuando comportamenti errati fornendo “opportunità” favorevoli all’aggressore.

Se si leggono le esperienze e le testimonianze che ho raccolto, in tutti i casi che sono degenerati, la persona aggredita aveva commesso uno o più di questi errori:

  • Non aveva valutato correttamente il contesto o l’ambiente fisico in cui si trovava
  • Non aveva dato peso ad alcuni elementi sospetti del comportamento del futuro aggressore
  • Si era lasciata coinvolgere in un gioco senza uscita fatto di accuse, recriminazioni e rivendicazioni
  • Oppure aveva adottato atteggiamenti che hanno “facilitato” un soggetto determinato ad aggredire
  • Era solo ma è uscito lo stesso a discutere con il tizio non sapendo che non era solo
  • Non si è reso conto che la persona era alterata da droghe e che la situazione sarebbe degenerata
  • ecc.

Tutto queste valutazioni fatte successivamente porta a delle conclusione che “ci si è trovati nel posto sbagliato, al momento sbagliato e con la persona sbagliata”, ma in realtà sono mancate due cose fondamentali:

  1. Avere dei comportamenti appropriati
  2. Avere le chiavi di lettura appropriate di quella specifica situazione

Avere dei comportamenti appropriati

E’ noto a tutti che ci sono persone apparentemente dotate di una spiccata propensione a cacciarsi nei guai.

E’ altrettanto noto che, se ci si chiede il perché una persona incappi abitualmente in questi “incidenti”, la risposta invariabilmente sarà “il suo modo di fare”, “il suo modo di rispondere”, evidenziando quella che è una semplice ed incontrovertibile verità: sono i nostri comportamenti, il nostro modo di parlare, di guardare le persone, a predisporci alle reazioni degli altri.

Saper fare la cosa giusta nel momento giusto è chiaramente l’elemento chiave di ogni forma di successo, così come della sopravvivenza.

Il punto è che, tranne pochi comportamenti innati, quasi tutto ciò che sappiamo fare o dire deve essere in qualche modo appreso. Da ciò ne consegue che tutti i comportamenti utili a tenerci fuori dai guai dovrebbero esserci insegnati da qualcuno. Ma da chi?

Dalla famiglia innanzi tutto, ma i genitori, spesso e loro malgrado, altro non possono se non trasmettere il loro analfabetismo in materia.

La scuola? è raro che semplicemente si occupi di questi argomenti.

In fondo viviamo o non viviamo in un paese civile, con un ordine costituito, con un sistema di leggi posto a tutela del cittadino onesto?

Se è così, l’educazione a provvedere a se stessi, diventa semplicemente secondario, generando cittadini inermi e sprovveduti di fronte alla prima, pur occasionale, minaccia.

Eppure non dovrebbe essere così secondario insegnare norme comportamentali adeguate, visto che nel sito dei carabinieri o della polizia di stato non mancano pagine di consigli pratici (alcuni appropriati, altri decisamente superficiali) per migliorare la propria sicurezza personale.

Insomma, come al solito, per le cose essenziali in questo paese anche se solennemente sancite da leggi e Costituzione come diritti della persona, e vendute dai politici, occorre armarsi di volontà, di buon senso e provvedere da soli.

Posto che di buon senso non tutti ne sono dotati allo stesso modo, ci sono regole semplici, apparentemente scontate, che da sole ti possono evitare di trovarti in situazioni molto spiacevoli:

  • non frequentare da soli luoghi bui,
  • non frequentare da soli luoghi isolati,
  • Non frequentare zone o locali notoriamente malfamati,
  • Non frequentare persone estranee,
  • ecc.

Ma che dire del fatto che, specialmente nel caso della violenza sulle donne o sui bambini, l’aggressore è il più delle volte una persona della famiglia o comunque nella cerchia dei conoscenti?

In questi casi, i comuni consigli ed il comune buon senso non bastano più.

Serve una cultura della sicurezza da cui scaturiscano comportamenti adeguati e l’incentivo per tutti a sviluppare certe capacità che da sole possono realmente aiutare la persona a salvaguardare se stessa.

Tra queste, suggerirei la capacità di comunicare correttamente e la capacità di osservare l’ambiente e le persone che ci stanno attorno.

Ma che cosa c’entra la capacità di comunicare con la sicurezza e la difesa personale?

In realtà è importante, perché ogni forma di violenza, non è mai un fatto isolato, ma è come la somma di una sequenza di scambi comunicativi con relativa attribuzione di ruoli da parte della vittima e dell’aggressore.

La maggior parte delle aggressioni sono sempre precedute da una sequenza di azioni da parte della vittima e dell’aggressore, secondo una precisa logica rituale che incastra l’uno e l’altro in un gioco delle parti il cui esito inevitabile è la sconfitta di uno dei due.

In questo quadro, assume un ruolo centrale proprio il modo con cui la futura vittima interagisce col suo carnefice: può porsi secondo una modalità aggressiva, di resistenza e reazione, oppure secondo una modalità passiva, sperando che un atteggiamento remissivo limiti la furia dell’altro e quindi i danni.

Eppure, entrambi questi modi di porsi, quello passivo e quello aggressivo, hanno dei limiti evidenti: chi comunica in modo aggressivo, si candida a partecipare ad un processo di escalation che si concluderà facilmente con uno scontro.

Il classico esempio è una lite per questioni di traffico o di parcheggio: entrambi gli automobilisti ritengono che le proprie ragioni sacre ed irrinunciabili, la “questione di principio” diventa l’elemento di punta di tutta la questione. In realtà non è il contenuto della questione ma è solo l’EGO dei due che si sta confrontando:

  • la paura di sembrare da meno,
  • la paura di fare i conti con un’immagine di sé svilita dalla sconfitta
  • la paura di arrendersi e sottomettersi.

E così per una “questione di principio” i due finiscono per prendersi a mazzate, con un esito imprevedibile.

Non va meglio a quelli che, per paura o per inferiorità fisica, rinunciano a combattere, sperando in questo modo di placare sul nascere l’aggressività altrui.

Può essere un grave errore.

Un atteggiamento condiscendente ed arrendevole non solo non garantisce che l’altro non infierisca ma, anzi,  apre la strada a coloro i quali cercano una vittima su cui sfogare il loro risentimento, la loro rabbia o più semplicemente i loro propositi criminali.

Non esiste solo la modalità passiva ed la modalità aggressiva di fronte ai conflitti, di qualunque tipo essi siano fisici e psicologici.

Esiste la modalità assertiva, una condizione intermedia fatta di capacità di aver rispetto per sé e per gli altri.

Le persone che agiscono e comunicano secondo questa modalità difficilmente vengono coinvolte in litigi futili e se si trovano nei guai, trovano più facilmente di altre persone il modo per uscirne fuori.

E’ una tecnica Win To Win, si ha la percezione di vincere in due.

Ricordati che tutte le tecniche di de-escalation sono basate sul concetto di assertività.

Il concetto è semplice: rispetta gli altri ma senza far venir meno il rispetto per te stesso.

Come concetto devi:

  • Impegnarti per il compromesso e la soluzione dei problemi,
  • Imparare a negoziare su basi reciproche e non unilaterali,
  • Devi essere costruttivo,
  • Devi essere fermo ma non arrogante,
  • Non devi giudicare chi hai di fronte.

Le persone abituate a comportarsi in modo assertivo, hanno una quantità di caratteristiche pregevoli, una delle quali è la capacità di osservare e capire gli altri.

Solitamente sono persone che hanno molta vita sociale e tante amicizie e relazioni.

La capacità di osservazione è un elemento fondamentale per tutelare se stessi.

Anche se molto può essere appreso con la semplice curiosità e attenzione ai particolari, non tutti hanno questa capacità, i buoni poliziotti, con il tempo sviluppano una capacità istintiva per capire con un’occhiata chi hanno di fronte.

Di fatto, la persona mediamente attenta è perfettamente in grado di capire quando un incontro occasionale è a rischio oppure no da dei piccoli dettagli ma al di là delle parole dette o delle circostanze legate al luogo “dell’incontro”, le informazioni più importanti ci vengono fornite dal linguaggio del corpo perché tradisce le reali intenzioni in modo eloquente e difficilmente dissimulabile.

Il problema è che spesse volte questo “sesto senso” viene attivato troppo tardi, quando la persona a rischio è troppo vicina per tentare una ritirata strategica e ci si trova in trappola.

Il motivo è che troppo spesso, l’individuo medio non usa un livello di attenzione adeguato alle circostanze, o per mancanza di abitudine, o perché considera le circostanze (come il trovarsi in una strada buia, desolata, dove scivolano ombre inquietanti) non meritevoli di particolari attenzioni.

La prevenzione la applichi:

  • Se impara a metterti in relazione con gli altri così eviti di cadere vittima di provocazioni inutili o di essere te il provocatore del tuo aggressore, si hai capito bene sei andato tu a stuzzicarlo (esempio il litigio tra automobilisti).
  • Evitando di metterti in una condizione di svantaggio che viene sfruttata specialmente dai cosiddetti “delinquenti abituali” per scegliere le loro vittime.

A questo riguardo, la tua capacità di osservare e di valutare l’ambiente e il contesto in cui ti trovi deve restare sempre in funzione perché costituisce un elemento essenziale alla tua sicurezza personale.

Sveglia!!!.

Esistono una moltitudine di esempi negativi al riguardo:

  • Ci sono persone che attraversano spensieratamente vie buie o i parchi di notte con lo smartphone che pompa nelle orecchie musica a tutto volume.
  • Ci sono signore che si avventurano sole in parcheggi deserti, sostando poi davanti alla macchina chiusa frugando nella borsa, in modo inconcludente, cercando le chiavi, o fermandosi a telefonare o guardare whatsapp.
  • Ci sono le coppiette che si appartano in certe viuzze da film horror confidando nell’effimera protezione della loro auto.

La realtà è che il delinquente abituale, quello che agisce sistematicamente a fini di rapina, furto, o rapimento, di fatto osserva e seleziona le sue vittime basandosi su due criteri basilari:

  • sulla possibilità di ottenere ciò che vuole,
  • sulla possibilità di agire di sorpresa
  • e col minimo rischio.

Il fattore sorpresa è fondamentale, è qualcosa di necessario per avere sempre un livello di guardia appropriato alle circostanze, magari avvalendosi di uno schema dei colori associato a dei comportamenti che ti aiutano ad attuare azioni precise di fronte a un possibile pericolo.

Un atteggiamento rilassato ma attento traspare dal tuo comportamento e dai gesti, questo approccio rappresenta il primo stadio per la sicurezza personale

Ricordati sempre che la sorpresa è il primo alleato di un potenziale aggressore che cerca quasi sempre una vittima e non un combattimento. Per questo analizza e valuta sempre l’ambiente che ti circonda. Fai capire a chi ti sta intorno che ti sei accorti di lui o di loro.

La capacità di comunicare, osservare e valutare è sempre utile e non solo per strada.

Molti delitti avvengono nella “rassicurante” cerchia familiare o comunque ad opera di persone conosciute, dalle quali non ci si aspettava un comportamento violento.

Ma è sempre vero?

La maggior parte delle violenze sulle donne avviene ad opera dei loro stessi mariti, fidanzati o ex mariti, ex fidanzati.

Se si ascoltano le storie di queste donne, una cosa comune che emerge è che prima del singolo episodio di violenza, c’è dietro una lunga storia di violenze psicologiche, minacce e vessazioni per poi arrivare ai primi episodi di violenza.

Quindi che cosa ti aspettavi? Davvero non immaginavi che relazioni familiari così andavano a migliorare?

No, ai primi segnali devi troncare subito, non stare in quel gioco!!

Troppo spesso il tutto scaturisce da un perdurante clima di sopraffazione, dominazione, paura, tanto che l’aspetto più delicato ed inquietante sta proprio nel capire cosa spinge le persone, vittime e carnefici, a rimanere legate anche quando si sono persi i più elementari criteri di rispetto e di stima reciproca.

  • Spesso si assiste a casi di donne che subiscono l’ineluttabile corso di un episodio di violenza domestica ad opera del marito dedito all’alcol, senza che apparentemente si riesca, si possa far nulla per fermare l’esplosione di violenza. Anche in questi casi, uno stile comunicativo di tipo assertivo sarebbe d’aiuto ad entrambi allo scopo di riportare gli inevitabili conflitti nella logica del confronto costruttivo o, laddove questo non sia possibile, a stemperare la tensione quel tanto che basta ad evitare estreme conseguenze.

 

  • Spesso la futura vittima non osserva il contesto e comunica con l’altro in modo inappropriato, con insistenze inutili o con recriminazioni capaci solo di innalzare la tensione, non accorgendosi del fatto che l’interlocutore sta diventando pericoloso. Questo è lo scenario di molte liti familiari o condominiali, laddove la conoscenza pregressa, la familiarità acquisita, sembrano mettere in secondo piano il fatto che rabbia, frustrazione o interessi, gelosia, ecc. rappresentano pur sempre un movente capace di offuscare la coscienza e, specialmente se ci sono alterazioni da alcol o sostanze può compromettere il già fragile l’autocontrollo.

 

Devi imparare ad avere sempre una chiave di lettura della situazione.

Ma per poterlo fare e prevenire devi saper “leggere” il contesto, la situazione, l’ambiente fisico, percependo il pericolo che può essere insito in loro.

Molte volte, chi ha subito un’aggressione racconta di come gli eventi sono precipitati in modo rapido ed imprevedibile ma nella realtà, non è così: troppo spesso sono mancate le chiavi di lettura in termini di attenzione al contesto e ai “messaggi” inviati dal futuro aggressore.

Conoscere queste chiavi di lettura, può fare la differenza tra il riuscire a risolvere un momento critico in modo incruento, secondo una logica preventiva, oppure essere coinvolti in un episodio di violenza.

Ovviamente come ti ho detto prima non si può usare come strategia da strada la criminologia, non ha senso e non ti aiuta.

La possibilità di “riconoscere” un potenziale criminale semplicemente dalla faccia che ha o dall’abbigliamento che indossa (anche se da questi elementi chiunque è in grado di raccogliere qualche elemento utile) perché ogni generalizzazione è arbitraria e pericolosa:

  • si può essere pugnalati dal classico stereotipo delinquente
  • come dal distinto signore di mezza età con completo firmato,
  • per non parlare del proprio fidanzato/marito.

Non si può fare della criminologia da strada, non ha senso.

Le chiavi di lettura devono essere più semplici ed immediate.

Quando vi trovate qualcuno davanti (o alle spalle), che sappiate o meno chi è, non state a chiedervi troppe cose. Non serve.

Usa il comportamento che ti mette più al sicuro, non preoccupati di fare brutta figura o pensare chissà cosa pensa l’altro, tutelati.

Valutate la sua propensione o meno a farvi del male in base a tre semplici criteri:

  • Capacità
  • Motivazione
  • Opportunità

La capacità dell’aggressore di nuocerti può dipendere da numerosi fattori, ovvero:

  • la sua stazza fisica,
  • il fatto che disponga o meno di armi,
  • dal fatto che si trovi in gruppo o da solo,
  • dalla determinazione che dimostra,
  • dal fatto che conosca o meno delle tecniche di combattimento, ecc.

Si tratta chiaramente di un criterio che è difficile da valutare, perché la stazza fisica minuta potrebbe non essere la garanzia di trovarci di fronte a un soggetto risoluto ed aggressivo.

Il possesso di armi potrebbe non essere evidente e la sua abilità nel combattimento, di solito, è una cosa che si scopre solo combattendoci contro.

La motivazione ad aggredirti, può dipendere da tantissimi fattori:

  • il furto,
  • la rapina,
  • lo stupro,
  • la rabbia,
  • ecc.

ma è la differenza della capacità del soggetto a farlo, questo è un elemento sul quale puoi e devi intervenire per cercare di evitare che tale motivazione aumenti.

A parte il caso degli aggressori intenzionali (i cosiddetti”abituali”) esiste una casistica quanto mai ampia di guai che sono provocati da circostanze fortuite.

E’ il classico caso dei due che si azzuffano per un parcheggio o per un gestaccio nel traffico: magari uno dei due aveva avuto una pessima giornata, aveva appena perso il lavoro o chissà cos’altro, ed ecco che una banale lite diventa la miccia che da fuoco alle polveri.

A volte la gente cova una rabbia repressa che non aspetta altro che di uscire allo scoperto.

Se ognuno di noi ricordasse il famoso detto del “non sai mai il tipo che hai di fronte” non ci si imbarcherebbe in discussioni inutili, capaci solo di inasprire gli animi e i portare a conclusioni imprevedibili.

L’opportunità che dai a un aggressore di colpirti è l’ultimo ma forse il più importante ingrediente di questa miscela esplosiva. Per quanto uno sia capace e determinato ad affrontarti, non ti colpirà se non avrà dalla sua alcune condizioni tattiche favorevoli, in termini di posizione di attacco e vie di fuga.

Chi colpisce deve poterlo fare, e per questo ha bisogno di almeno due cose:

  • un avversario disattento o impreparato
  • un avversario in condizioni di svantaggio fisico, tattico o ambientale

Queste chiavi di lettura della situazione le devi usare in modo utile ogni volta che fai incontri con persone di cui non conosci le intenzioni.

Se ti trovi  in una situazione simile, fatto subito tre semplici domande:

  • E’ capace? Ovvero è più robusto, determinato, non è da solo, è armato?
  • E’ motivato? Il suo stato d’animo è alterato, oppure potrebbe avere interessi di rapina/stupro, bullismo, razzismo?
  • Ha un’opportunità per colpirmi? Sono impossibilitato a fuggire, le mie condizioni fisiche, o psicologiche sono di inferiorità, sono troppo vicino per organizzare una reazione o fuga, sono in un luogo isolato?

Se rispondi si a più di due domande vuol dire che sei nei guai e dovi fare IMMEDIATAMENTE qualcosa. Livello Red.

La prima cosa da fare è quella di concentrarsi sul secondo e sul terzo criterio (motivazione ed opportunità) sapendo che è possibile fare qualcosa per ridurre propensione e chance del nostro avversario a nuocerci, magari adottando qualche tecnica di de-escalation e dissuasione.

Studiare la prevenzione ti aiuta a evitare le situazioni difficili o a renderle più semplici da affrontare.

Andrea

Le cose che contano veramente poco.

Prova  a chiedere a una persona che conosci quale sia il bene più prezioso?. E’ molto facile che ti risponda “la salute”, “la vita”, ma a questo punto per quanto sia ovvio e scontato dire questo è facilmente dimostrabile che spesso poi le persone nei comportamenti fanno il contrario di quello che hanno detto, con i fatti dimostrano il contrario.

A prescindere dalle abitudini più folli o semplicemente dettate dall’ignoranza, come mangiare cibo spazzatura, fumare, evitare accuratamente ogni sforzo fisco, prendere medicinali inutili e dannosi, drogarsi, ecc. sembra che molti facciano a gara per accorciare in modo cruento la propria esistenza ma se gli fai la domanda ti rispondono come sai.

Nell’uomo è presente un lato autodistruttivo che è insito nella sua natura.

Gli esempi nelle aggressioni e episodi di violenza non mancano:

  • dal padre di famiglia con tanto di prole e consorte al seguito, che si esibisce in gestacci nel traffico,
  • al baldo giovane in discoteca che per una presunta occhiata di troppo alla fidanzatina alterca con un gruppo di giovanotti imbevuti come lui di testosterone,
  • per non escludere l’impiegato di tutti i giorni con la pancetta, che per un parcheggio fregato sotto il naso inizia una escalation senza speranza “per una questione di principio”, magari con un gorilla alto due metri e del tutto privo di senso dell’umorismo.

Questo magari messo in questi termini ti fa sorridere ma accade spesso. Quante volte ti è capitato non solo di assistere, ma anche magari di trovarti in mezzo a situazioni banali che stavano per sfociare in litigi?

Ma se il bene più prezioso è la vita perché mettersi in situazioni a rischio per motivi di NON sopravvivenza?.

Se sei un maschietto, suppongo che ti è capitato, (per te è più facile) magari giocando a pallone dove si sa, il temperamento, il testosterone, l’agonismo, ecc., ma anche se sei una “Lei”, sono certo che anche tu conosca qualche rudimento dell’arte di cacciarsi nei guai magari con qualche contendente, ecc.

E’ umano come comportamento ma è anche stupido ed è la dimostrazione più evidente di quanto siano i principi fondamentali di sopravvivenza non siano considerati, o resi secondari rispetto a modelli cinematografici di maschio “duro” ai quali conformarti (per i maschietti), oppure per l’incapacità di cogliere per tempo i segnali che preludono la trasformazione dell'”amico conosciuto da poco in chat” trasformarsi in uno stalker o in un fidanzato violento.

Uno di questi principi fondamentali che spesso senti dire è quello che “non sai mai che tipo di persona hai di fronte”.

Questa affermazione è vera sempre, sia che ti ritrovi a discutere per strada con uno sconosciuto, sia che tu abbia a che fare con una persona che conosci da più tempo soprattutto nel caso della violenza sulle donne dove se è vero quello che emerge dalle denunce e dalle statistiche gli autori della violenza sulle donne sono più spesso dei conoscenti (anche intimi) che non incontri occasionali.

Se questo principio fosse ben stampato nella mente di tutti, ci si guarderebbe bene dall’intraprendere certi comportamenti capaci di rendere la sopravvivenza questione di fortuna.

Si, di fortuna, perché se è vero che il 90% delle persone, sono di fatto poco propense a fare del male al proprio prossimo, l’imbattersi nella persona sbagliata (o nella persona giusta nel momento sbagliato) è una probabilità non così remota.

Il 10% non e poco!!

Il traffico automobilistico è una fonte inesauribile di occasioni di lite: il caos, la fretta, il reciproco intralcio e una buona dose di maleducazione da parte di tutti, rendono le nostre strade delle autentiche polveriere (non solo in senso ambientale), dove alla frequenza di gesti a volte inconsulti può seguire l’esplosione improvvisa della rabbia, l’alterco, l’aggressione per banali motivi.

In questo aspetto maschietti e femminucce si differenziano meno gli uni dalle altre, esibendo entrambi alla guida una spavalderia e una arroganza che a volte può costare cara come se l’auto li proteggesse come un carro armato.

E’ solo questione di fortuna o del contrario: per strada girano centinaia di soggetti bevuti, impasticcati, o semplicemente in guerra con se stessi ed il mondo, maschilisti, razzisti, ecc.

Un gestaccio, magari istintivo, per una manovra scorretta con la persona sbagliata, può far esplodere contro di te una rabbia tanto repressa quanto distruttiva, cercano solo una scusa per sfogare la rabbia su un malcapitato.

Sempre a proposito di quel 10% (stimato) di autori abituali di problemi, va anche detto che si tratta di persone spesso incattivite dalla “vita” e dal disagio economico, abituate a una delinquenza spiccia, magari alterata da uso abituale di droghe eccitanti oppure semplicemente tipi violenti che a loro volta hanno subito violenze, e che girano solitamente  armate almeno di un arma come un coltello.

Ps. Oggi non escludere da quel 10% persone normali che fanno uso di droghe che alterano lo stato psico fisico, i dati legate all’uso di sostanze eccitanti come la cocaina e meta anfetamine non escludono nessuno dalla lista dei possibili utilizzatori.

E’ ovvio ed evidente che imbattersi in un tipo del genere costituisce un problema di sopravvivenza reale.

Eppure se tutti lo sanno come mai alcune persone con estrema facilità si imbarcano in discussioni inutili per cose banali che degenerano in risse e le risse in accoltellamenti, “criccate o bottigliate” in testa, o peggio, nonostante si sappia i rischi che si corrono e si seguano con attenzione episodi di cronaca.

Ma perché fanno così?

A fronte dei rischi che si corrono anche se hai ragione ma hai spaccato la testa a uno, il semplice buon senso non suggerisce a tutti che è meglio “lasciar perdere e tornare a casa tranquilli” piuttosto che imbarcarsi in discussioni inutili? Lesioni? Processi? Galera? ecc.

Perché invece alla prima occasione quasi tutti (compresi individui solitamente definiti “ragionevoli”) si trasformano in galletti da combattimento pronti a spennarsi a vicenda?

La risposta non può risiedere tutta nella difficoltà che le persone hanno nel dominare la rabbia spontanea e la tempesta ormonale che l’accompagna (adrenalina, testosterone…), ci sono anche motivazioni di tipo culturale e psicologico, prima tra tutte l’autostima delle persone coinvolte, in altre parole il loro EGO.

Si può dire che tanto più è bassa l’autostima di una persona, tanto più è facile che si senta offesa e si senta pertanto in dovere di reagire di fronte ad una provocazione, allo scopo di ripristinare l’onore ferito.

E’ molto difficile che una persona realizzata nella vita ceda all’ira, vivendo come un’umiliazione un insulto occasionale e non dettato da vere considerazioni personali. Semplicemente se ne fregherà perché le parole di quella persona non contano nulla, ha consapevolezza di se stesso e del suo valore. Ha altre cose belle a cui pensare che alle parole di uno sconosciuto.

E’ piuttosto frequente invece il caso contrario, dove delle persone che si sentono intimamente fallite, con una intima convinzione di valere poco, le quali tutto vogliono tranne qualcuno che gli ricordi questo, magari dando loro semplicemente del deficiente o del coglione per strada.

E’ in contesti come questi che la rabbia esplode, quando cioè due contendenti sono impegnati a dimostrare  qualcosa più a se stessi che all’altro: non è vero che non valgo niente, io ho ragione io sono nel giusto, io ho la forza per farmi valere.

Quanto tutto questo sia superfluo e ridicolo di fronte all’eventualità di trovarsi ferito o ucciso con una coltellata è una pensiero e ragionamento che è indispensabile che FAI PRIMA.

L’EGO delle persone è una delle motivazioni più frequenti di escalation a volte tragiche e, come tale, non andrebbe mai sottovalutato: la sua presenza deve essere tenuta ben presente da ciascuno di noi in tutte le situazioni di confronto tra persone sconosciute e non.

Ps. è inutile avere ragione stando sotto due metri di terra o in galera per 15 anni e ciò che conta è rimanere vivi e tutti d’un pezzo.

Magari stai pensando ma in pratica? “Io non vado a  cercarmele, ma che fare se mi ci trovo?”.

E’ vero, non ci sono solo le liti occasionali anche se è uno dei casi più frequenti, ci sono i brutti incontri, o peggio può capitare di avere a che fare con persone violente che per un motivo o per un altro non si possono evitare, magari perché abitano sotto lo stesso tetto, vivono nello stesso quartiere, frequentano la stessa scuola, gli stessi locali, ecc.

Il messaggio che voglio darti non è quello di scappare di fronte ad una situazione critica, anzi, scappare il più delle volte non è una soluzione praticabile in molti casi, vedi le violenze domestiche, o altre situazioni critiche dove le probabilità di essere inseguiti e raggiunti sono molto elevate, ed a quel punto non resta che combattere o prenderle, ma quello che devi capire è che devi farlo solo quando è necessario e non per il tuo ego.

Se non c’è soluzione “uccidi”!!. 

Meglio affrontare la situazione in modo appropriato, avendo come obiettivo primario evitare il combattimento, e solo se necessario combattere.

La grande maggioranza delle occasioni di scontro fisico possono essere risolte in modo incruento, sia che si tratti di rapine o di semplici alterchi.

La sola eccezione vale per gli incontri con soggetti in stato di alterazione psichica, indotta o meno da sostanze, con i quali valgono altre considerazioni.

Chiunque tu abbia di fronte, che sia da solo o in gruppo, che sia armato o meno, che sia o non sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, lui sta comunicando con te con le parole e con il corpo e tu stai facendo altrettanto con lui, vi state influenzando a vicenda e quello che vi direte determinerà l’esito successivo.

La comunicazione ed il modo di comunicare è l’elemento chiave di quella che chiamo “arte di combattere senza combattere” su cui Geoff Thompson dopo anni di violenza come buttafuori nei peggiori locali londinesi sta spendendo tempo a spiegare dopo aver ripercorso le innumerevoli risse che ha risolto con la violenza e che avrebbe potuto condurre diversamente.

E’ curioso il viaggio diametralmente opposto che sta conducendo Geoff, ammirevole e una presa di coscienza importante.

La violenza non è una soluzione quando può essere evitata.

Andrea